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Appendice XIV

Prot. n° 27338/96 C.A.
ABELLLINEN
(Rev. Dus Gruner - Signaturae Apostolicae)

PETIZIONE PER LA RESTITUTIO IN INTEGRUM O
PER UNA DICHIARAZIONE DI NULLITÀ

       Ai sensi del can. 1645, il ricorrente, Padre Nicholas Gruner, con la presente chiede umilmente la totale riabilitazione contro il decreto definitivo della Segnatura Apostolica sull'argomento in questione, datato 10 luglio 1999, emesso ufficialmente il 3 settembre 1999 e inviato alcuni giorni dopo, a conferma del decreto del Vescovo di Avellino datato 16 maggio 1996, che ordina il ritorno del ricorrente alla Diocesi di Avellino, da cui egli si era assentato con permesso orale e scritto sin dal 1978. In alternativa, il ricorrente richiede una dichiarazione di nullità in conformità al can. 1622 e ai canoni attinenti.

Le motivazioni canoniche di questa petizione sono:

(A) Il decreto impugnato si basa su prove delle quali, in seguito, è stata dimostrata la falsità e perciò le disposizioni della sentenza potrebbero non essere accolte. Can. 1645, §2, 1°;

(B) Nel decreto impugnato sono stati evidentemente trascurati articoli della legge che non erano puramente procedurali. Can. 1645, §2, 4°;

(C) Il decreto impugnato è giuridicamente nullo, in quanto fondato su un atto giuridico che è nullo, alla cui nullità non è stato posto rimedio secondo il can. 1619, e che non stabilisce alcuna motivazione legalmente valida per il decreto. Can. 1622, 2, 5°.

Le motivazioni di questa petizione sono le seguenti:

       1. Nel decreto impugnato la Segnatura ha dichiarato che il ricorrente era colpevole di “condizione irregolare” e che la presunta esistenza di questa “condizione irregolare” era causa sufficiente, in sé e indipendentemente, per richiamare il ricorrente alla Diocesi di Avellino dopo un'assenza approvata di più di vent'anni e per negargli l'escardinazione dalla diocesi.

       2. A sostegno del decreto del Vescovo di Avellino emesso il 16 maggio 1996, in cui si ordinava il ritorno del ricorrente ad Avellino, il decreto impugnato non menziona altra ragione che la presunta “condizione irregolare” o il suddetto rifiuto di escardinazione da parte del Vescovo. La Segnatura ha abbandonato qualsiasi riflessione sui presunti “scandali e oltraggi” menzionati (ma mai specificati) nel decreto del Vescovo di Avellino emesso il 31 gennaio 1994. I suddetti “scandali e oltraggi” non sono mai stati provati dall'autorità ecclesiastica perché è evidente che non sussistono.

       3. La legge della Chiesa non riconosce il delitto di una “condizione irregolare” che non derivi da qualche particolare violazione della legge ecclesiastica. Il decreto impugnato non è giunto alla conclusione che il ricorrente abbia violato alcuna legge ecclesiastica o che si sia esposto a una accertata irregolarità del suo stato sacerdotale. Il presumere una “condizione irregolare”, dunque, è una nullità canonica. Di conseguenza, il decreto impugnato non riesce a dimostrare alcuna ragione per sussistere e, perciò, è soggetto a una dichiarazione di nullità. Can. 1622, 2°.

       4. Il decreto impugnato asserisce che la condizione del ricorrente è “irregolare” perché, pur essendo stato originariamente incardinato nella Diocesi di Avellino, egli risiede in Canada. Il fatto di risiedere in Canada non ha violato alcuna legge ecclesiastica. Il decreto impugnato non tiene conto del canone 283 §1: “gli ecclesiastici ... non devono assentarsi dalle loro diocesi per un lungo periodo di tempo, da determinarsi con una legge particolare, senza avere almeno il presunto permesso del loro ordinario”.

       Il richiedente non solo possiede un presunto permesso, ma possiede il permesso scritto del Vescovo di Avellino di risiedere al di fuori della diocesi, come confermato nel decreto del Vescovo del 5 giugno 1978. Questo permesso non è stato revocato fino al 31 gennaio 1994, quando il Vescovo di Avellino, agendo sotto la coercizione esercitata dalla Congregazione per il Clero, ha ordinato al ricorrente di tornare nella sua diocesi. Il fatto che il ricorrente risiedesse in Canada non poteva essere la vera ragione della Congregazione per richiedere il ritorno del ricorrente ad Avellino, perché era stato accordato il permesso di risiedere altrove e quindi la residenza all'estero non poteva essere “irregolare”.

       Perciò il decreto impugnato non tiene conto di disposizioni di legge che non sono puramente procedurali, vale a dire il can. 283, e il suddetto decreto è un atto giudiziario ulteriormente nullo, alla cui nullità non è stato posto rimedio in conformità con il can. 1619. cann. 1645, §2, 4°; 1622, 5°.

       5. Il decreto impugnato sostiene, per la prima volta nelle procedure amministrative della durata di diversi anni, che la condizione del ricorrente era “irregolare” perché il decreto del Vescovo Venezia del 5 giugno 1978 non accordava il permesso, come tale, di risiedere in Canada, ma piuttosto, richiedeva che il ricorrente fosse prima accettato da un vescovo, richiesta, secondo quanto si asserisce, violata dal ricorrente incorrendo, in tal modo, nella dichiarata “irregolarità” della sua “condizione”.

       Tuttavia, il precedente decreto della Segnatura nel primo ricorso del ricorrente (contro il decreto del Vescovo di Avellino del 31 gennaio 1994) ha ammesso che il decreto del Vescovo Venezia costituiva realmente il permesso di risiedere in Canada senza dover prima essere accettato da un vescovo, ma erroneamente asseriva che questo permesso, la cui esistenza la Segnatura non ha poi negato, fosse stato “revocato” nel luglio del 1990. Nel suo precedente decreto nel primo ricorso, la Congregazione per il Clero ha ammesso, inoltre, che il decreto del Vescovo Venezia accordava al ricorrente il permesso di risiedere in Canada senza precedente accettazione episcopale.

       In verità, il decreto del Vescovo Venezia (inviato a Padre Gruner a Montreal, Canada, dove Padre Gruner si era recato con permesso) prevede in modo chiaro che Padre Gruner sarebbe vissuto in Canada anche senza essere accettato da un vescovo:

Se il Vescovo Paul Reding non avesse la possibilità di acconsentire alla sua richiesta [per l'incardinazione nella Diocesi di Hamilton] può sempre presentare la mia lettera a un altro vescovo il quale, secondo il Codice di Diritto Canonico in vigore, può accettarla nella sua diocesi ... Spero che questa mia decisione sia di suo gradimento e possa risolvere definitivamente la sua situazione nella Diocesi di Avellino ...

       Di conseguenza il decreto impugnato si basa su prove che è stato dimostrato essere così false che senza queste stesse prove le disposizioni della sentenza non potrebbero essere sostenute, vale a dire, la falsa prova che il decreto del Vescovo Venezia accordando il permesso di risiedere in Canada imponeva altresì la condizione che Padre Gruner venisse prima accettato da un vescovo, quando era evidente che non imponeva tale condizione, proprio come questo stesso tribunale ha ammesso nel primo ricorso. Can. 1645, §2, 1°.

       Il ricorrente non ha avuto l'opportunità di dimostrare la falsità di questa prova in itinere e prima dell'emissione del “decreto definitivo” impugnato della Segnatura, perché è stato soltanto nello stesso decreto impugnato che la Segnatura ha affermato, per la prima volta, che il decreto del Vescovo Venezia non accordava il permesso incondizionato di risiedere in Canada, e che non era possibile il ricorso contro un decreto definitivo della Segnatura Apostolica. Can. 1629, 1°.

       A causa della sleale sorpresa riservata al ricorrente con l'introduzione di questa falsa prova proprio alla fine dei procedimenti, privandolo di qualsiasi possibilità di risposta, l'unica alternativa è la restitutio o una dichiarazione di nullità.

       Inoltre, l'introduzione di una formulazione di prova completamente nuova nella fase finale dei procedimenti, precludendo qualsiasi ricorso o risposta da parte del ricorrente, vìola il can. 1514, che stabilisce che “una volta determinati, i termini della controversia non possono essere alterati in maniera sostanziale eccetto che da un nuovo decreto, su richiesta della parte, e dopo che le altre parti sono state consultate e la loro opinione è stata presa in considerazione”.

       Per queste ragioni, la restitutio in integrum o una dichiarazione di nullità è necessaria, perché il decreto impugnato si basa su prove evidentemente false la cui scoperta tempestiva è stata impedita dalla sua introduzione tardiva nella Segnatura.

       6. Il decreto impugnato sostiene che la condizione del ricorrente era “irregolare” a causa del suo impegno in un apostolato privato. Il decreto impugnato trascura il can. 299, §1: “Per accordo privato tra di loro, i fedeli di Cristo hanno il diritto di costituire associazioni per gli scopi menzionati nel can. 298 ... ”, così come il can. 278: “I sacerdoti secolari hanno il diritto di associarsi ad altri per il raggiungimento di scopi appropriati allo stato ecclesiastico”.

       La Segnatura, nel decreto del 3 settembre 1999, ammette che l'apostolato è in se stesso legittimo e non ha bisogno di permesso ecclesiastico. Poiché si ammette che l'apostolato è legittimo, e poiché i sacerdoti secolari hanno il diritto di fondare o unirsi ad apostolati legittimi, il decreto impugnato è soggetto a totale revisione mediante la restitutio in integrum oppure, in alternativa, una dichiarazione di nullità, in quanto il decreto impugnato non offre alcun motivo per la sua emissione.

       7. Il decreto impugnato sostiene che la “condizione irregolare” del ricorrente costituisce motivo sufficiente per negargli l'escardinazione per la diocesi di Hyderabad. Tuttavia, la “condizione irregolare” consiste soltanto nel fatto che il ricorrente risiede con permesso in Canada, e nel suo impegno in un Apostolato che si ammette essere legittimo e nel quale il ricorrente ha diritto a impegnarsi, in base ai cann. 278, 299.

       Il decreto impugnato, quindi, è soggetto a totale revisione perché non tiene conto dei canoni che precludono qualsiasi imputazione di presunta “condizione irregolare” al ricorrente, la cui inesistente “condizione irregolare” è l'unica ragione fornita dal decreto impugnato. Can. 1645, §2, 4°.

       Il decreto, inoltre, è soggetto a una dichiarazione di nullità, poiché il divieto di escardinazione è un atto giuridico nullo, in quanto si basa unicamente su una “condizione irregolare” inesistente. Il decreto impugnato non riesce nemmeno a fornire le ragioni del decreto, oltre a una ragione che è legalmente inesistente. Perciò il decreto impugnato non fornisce affatto delle ragioni ed è, quindi, nullo. Can. 1622, 2°, 5°.

       8. Il decreto impugnato afferma, per la prima volta in un procedimento, che la legge civile italiana che regola l'immigrazione e i visti non pone alcun impedimento al ritorno ad Avellino del ricorrente, anche se egli è un cittadino canadese che non risiede in Italia dal 1978.

       “Il permesso di soggiorno per motivi religiosi o di culto è rilasciato allo straniero che esibisce il visto d'ingresso per culto e la documentazione relativa alla propria qualifica religiosa (circolare del Ministero degli Interni, 19 agosto 1985, n° 559/443/225388/2/4/6, capp. X e XI). Il permesso di soggiorno per motivi religiosi di per sé non consente l'instaurazione di rapporti di lavoro ed ha sempre la validità di due anni (circolare del Ministero degli Interni, 20 settembre 1990, n° 43/90, punto 2)”. (Bonetti P., La condizione giuridica del cittadino extracomunitario, lineamenti e guida pratica, Maggioli Editore, Rimini 1993, p. 178).

       La legge in vigore per motivi religiosi e di culto connessa alla legislazione sul lavoro, durante il periodo di tempo in questione e inerente agli argomenti che riguardavano il Reverendo Gruner, era la Legge del 30 dicembre 1986, n° 943 e le sue successive modifiche.

       Lo statuto sull'immigrazione è stato in seguito cambiato dal “Decreto legislativo del 25 luglio 1998, n° 286” e dalle sue successive modifiche. I requisiti per accedere alla condizione di residente per ”lavoro subordinato in materia di culto" restano, nondimeno, immutati.

       Il decreto impugnato trascura i requisiti richiesti dalla legge civile italiana per i visti religiosi: che il vescovo fornisca garanzie scritte di sostegno economico e di copertura assicurativa medica, che specifichi la durata del soggiorno del richiedente e fornisca una lettera di accettazione al consolato italiano. Il Vescovo di Avellino non ha mai compiuto nessuno di questi passi per ottenere un visto adeguato, senza il quale il ricorrente sarebbe stato espulso dall'Italia al momento del suo ingresso.

       Il decreto impugnato, quindi, sostiene un ordine cui è impossibile obbedire in base alla legge civile italiana. La Chiesa è vincolata alle richieste di questa legge civile poiché, come stabilisce il canone 22: “Quando la legge della Chiesa affida una certa questione alla legge civile, quest'ultima deve essere rispettata con gli stessi effetti nella legge canonica, nella misura in cui non è contraria alla legge divina, e purché non venga disposto altrimenti dalla legge canonica”.

       Perciò, il decreto impugnato trascura il canone 22, che vincola la Chiesa a rispettare la legge civile italiana sull'immigrazione come se fosse un canone della Chiesa. Il decreto impugnato, quindi, è soggetto alla totale revisione per mezzo della restitutio in integrum poiché trascura una legge applicabile che non è puramente procedurale e si basa su una falsa prova, senza la quale le disposizioni del decreto non possono essere sostenute, vale a dire, la falsa prova che la legge sull'immigrazione non impone alcun impedimento all'effetto del decreto impugnato, can. 1645, §2, 4°. Il ricorrente non è stato in grado di contestare prima l'argomentazione di questa falsa prova, perché non è stata presentata dall'autorità ecclesiastica fino al decreto impugnato finale e inappellabile.

       Soprattutto, poiché un ordine cui è legalmente impossibile ubbidire è giuridicamente nullo, il decreto impugnato è soggetto a una dichiarazione di nullità perché si basa su un atto giuridicamente nullo: l'ordine di rientro del Vescovo di Avellino del 16 maggio 1996, che ordina un atto impossibile da mettere in pratica sotto la legge civile italiana, che è incorporata per rinvio nella legge canonica. Canone 22.

       Inoltre la stessa Segnatura ha citato l'impedimento imposto dalla legge indiana sull'immigrazione come giusta causa per negare l'escardinazione del ricorrente per l'Arcidiocesi di Hyderabad, basandosi sull'erronea conclusione che l'incardinazione includa necessariamente la residenza fisica nella diocesi di incardinazione. Se, come sostiene la Segnatura, la legge sull'immigrazione impedisce l'adeguata incardinazione in India, allora lo stesso deve essere vero per la legge sull'immigrazione in Italia.

La contraddizione della Segnatura richiede che il decreto impugnato venga annullato mediante la restitutio in integrum, perché esso si basa su prove che in seguito si sono dimostrate false, e senza queste prove le disposizioni della sentenza non possono essere sostenute. Can. 1645, §2, 1°. È evidentemente falso che la legge italiana sull'immigrazione non ponga alcun impedimento al ritorno ad Avellino del ricorrente, in quando la stessa Segnatura ha citato la legge sull'immigrazione come un ostacolo all'incardinazione in India.

Il ricorrente non ha avuto l'opportunità di dimostrare la falsità di questa prova in itinere e prima dell'emissione del “decreto definitivo” impugnato della Segnatura, in quanto la falsa prova è comparsa per la prima volta nel decreto impugnato, contro il quale non è possibile fare alcun ricorso e che il ricorrente non sarà quindi in grado di contestare. A causa della sleale sorpresa riservata al ricorrente con l'introduzione di questa falsa prova proprio alla fine dei procedimenti, l'unica alternativa è costituita dalla restitutio o da una dichiarazione di nullità.

       9. L'ordine del Vescovo di Avellino di tornare in quella diocesi si basava sui presunti “scandali” e “oltraggi” cui si alludeva nel decreto del Vescovo del 31 gennaio 1994, i quali, stando alle apparenze, richiedevano punizione fraterna in base al can. 1339, §§1, 2, 3. La Segnatura non è riuscita a scoprire alcuno scandalo o oltraggio, non ha neanche discusso lo scandalo o l'oltraggio, e ora fa assegnamento unicamente alla dichiarata “condizione irregolare”, che consiste soltanto nel risiedere in Canada con il permesso del Vescovo e nell'impegno in un apostolato privato permesso dalla legge ecclesiastica e del quale la Segnatura ammette la legittimità.

       Poiché ora sembra (e così è sempre stato) che il ricorrente non sia colpevole di “scandali e oltraggi”, egli ha diritto alla totale revisione mediante la restitutio, perché il decreto impugnato e i decreti del Vescovo di Avellino del 31 gennaio 1994 e del 16 maggio 1996 non sono basati su altre motivazioni legali. Inoltre il ricorrente ha diritto alla restitutio al fine di ristabilire il suo buon nome mediante una dichiarazione che l'accusa di “scandali e oltraggi” era immotivata.

Datata 14 ottobre 1999
Hamilton, Ontario

Firmata: Padre Nicholas Gruner
Ricorrente


                           

RECURSUS
PRO
RESTITUTIONE IN INTEGRUM
adversus Decretum Definitivum H.S.T. die 10 julii 1999

Rev.dus Gruner = Congregatio pro Clericis

Prot. N.

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1. Infrascriptus Patronus Rev.di Nicholai Gruner, Recurrentis in causa, attento decreto definitivo H.S.T. Prot. 27338/96 CA, diei 10 Julii 1999, notificato die 13 septembris 1999, in quo edictum est: “Negative, seu non esse reformandum decretum in Congressu huius Supremi Tribunalis diei 20 ianuarii 1998 latum, quo recursus non admittitur ad disceptationem coram Em.+mis et Exc.mis Iudicibus, quatenus ipse manifeste quolibet caret fundamento”, exhibet intra terminos a lege statutos, veluti procurator ejusdem Recurrentis, “Petition for Restitutio in integrum or a declaration of nullity”, ab eodem Recurrente peracta et subsignata sub die 14 octobris 1999 et die 11 novembris 1999 ab infrascripto recepta.


Copia della lettera di presentazione latina inviata alla Segnatura per il decreto di Restitutio in Integrum - 18 novembre 1999 con ricevuta di consegna del 18 novembre 1999 firmata dall'Arcivescovo Segretario della Segnatura.

2. Uti pemotum est, restitutio in integrum ad normam can. 1645 § 2, nn. 2 et 4, CJC, fundatur in exsistentia rei judicatae (cann. 1641, n. 4, e 1642 § 1); habendus est, dein, veluti remedium extraordinarium.

       In Recurrentis petitione, scilicet in adnexo recursu, singillatim enumerantur sive violationes legum processualium sive substantialium, ejusdem judicio peractae in decreto definitivo de qua supra. Recurrens, pressius, in ejus petitione, diligenter recolit etiam leges in Reipublica Italica vigentes, quas decretum impugnatum flocci fecit.

       Ex parte infrascripti, igitur, enixe petitur ut argumenta a Recurrente fuse et singillatim exposita in adnexa petitione, circa praesumptas legum violationes, maxima et sedula cura perpendenda sint; ideoque, infrascriptus rogat ut sapienter et prudenter Hoc Supremum Tribunal rem definire valeat.

       Ea qua par est maxima reverentia.

Romae, 18 novembris 1999

Alanus Robertus Kershaw, R.R. Adv.

In adnexo:
Petitio Recurrentis, octo pagellis composita.

 

 
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