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Capitolo 12

Il gioco dell'incardinazione

        Nel suo discorso d'apertura del Concilio Vaticano II, Papa Giovanni XXIII fece l'importantissimo annuncio che con l'avvento del Concilio, la Chiesa avrebbe smesso di dispensare il suo rimedio tradizionale per l'eresia, l'anatema, perché: “Essa preferisce oggi far uso della medicina della misericordia, invece che dell'arma della severità”.1 Da allora innanzi la Chiesa avrebbe semplicemente spiegato la sua dottrina in una amabile conversazione con il mondo, “dimostrando la validità dei suoi insegnamenti, piuttosto che ... emettendo condanne.”

       Il nuovo approccio all'errore potrebbe essere visto come una critica implicita dei 259 predecessori di Papa Giovanni sul Soglio di Pietro. In ogni caso, Sua Santità non spiegò in quel discorso senza precedenti come potrebbe un atto di misericordia evitare di condannare errori che conducono le anime all'abisso eterno dell'Inferno.

       Così cominciò ufficialmente il processo stupefacente attraverso il quale la Santa Chiesa Cattolica sarebbe stata convertita quasi da un giorno all'altro da una fortezza impenetrabile contro l'errore in una vera e propria infermeria per i malati della dottrina, che presto si sarebbero messi in fila numerosissimi per domandare la loro dose quotidiana della nuova medicina della misericordia, distribuita con lo zucchero del “dialogo”.

       Nel giro di pochi anni dalla conclusione del Concilio, la Chiesa avrebbe abbassato le sue “armi della severità”: l'Indice dei libri proibiti sarebbe stato abolito, insieme al Giuramento contro il Modernismo prescritto da San Pio X Papa. Scomparsi i Concili di Vigilanza, che il Papa santo aveva ordinato di costituire in ogni diocesi del mondo, secondo il decreto emanato nella sua monumentale enciclica contro i modernisti, Pascendi.

       Rinvigoriti e incoraggiati dall'amnistia di Papa Giovanni, gli eresiarchi che erano stati espulsi dai seminari e dalle cancellerie secondo il mandato dell'enciclica Pascendi di Papa Pio X, sarebbero ritornati trionfalmente, come figliuoli prodighi che non si erano pentiti. Anzi, alcuni ritornarono già nella loro nuova guisa di periti — esperti! — al Vaticano II. L'eresia di ieri o l'eresia imminente diventò “il problema di teologia” di oggi, mentre le chiare proposizioni del passato si sarebbero ben presto annebbiate nelle chiacchiere senza fine degli stessi modernisti di cui San Pio X aveva scritto in Pascendi:

       “Abbassarono la testa per un momento, ma subito la rialzarono più arroganti che mai.”2

       Solo che questa volta, la testa del modernismo si sarebbe alzata con la tolleranza ufficiale di molte tra le autorità più alte della Chiesa.

       La conseguente ripresa del modernismo, condannata da Pio X come “la sintesi di tutte le eresie”, avrebbe al confronto fatto sembrare la rivolta di Enrico VIII come una restaurazione cattolica, dato che la liturgia perenne, la formazione sacerdotale e la catechesi della Chiesa erano spazzate da parte in uno sfacelo neo-modernista di dimensioni inimmaginabili. Ben presto la tolleranza dell'errore avrebbe portato alla persecuzione della Verità da parte di quegli stessi neo-modernisti che avrebbero acquistato influenza nella gerarchia, e l'adesione rigorosa alla Tradizione sarebbe diventata l'unica dottrina condannata.

       Sì, il Deposito della Fede sarebbe rimasto intatto attraverso tutto questo, secondo la promessa di Nostro Signore; ma solo uno studente diligente della Tradizione sarebbe stato capace di trovarlo nel mezzo della confusione regnante. Per il resto dei fedeli c'era solo un dato di esperienza quotidiana alla luce del quale sarebbe stato difficile dimostrare la falsità, al Cattolico medio seduto sul banco della chiesa, della tesi che la Chiesa Cattolica fosse cambiata per quanto riguarda materie sostanziali. Lo stesso Cardinale Ratzinger sarebbe stato costretto ad ammettere, anni dopo nelle sue memorie, che la perdita di apparenze avrebbe reso impossibile ad alcuni trovare la sostanza della Fede.

       “Ma se nella liturgia la comunione di fede non compare più, né l'unità universale della Chiesa e della sua storia, né il mistero del Cristo vivente, dove la Chiesa appare ancora nella sua sostanza spirituale?”3

       In una Chiesa che non desidera più condannare niente e nessuno, ma desidera semplicemente spiegare se stessa al mondo, come sarebbe possibile costringere al silenzio Padre Nicholas Gruner? Che dovesse essere costretto al silenzio era cosa scontata; i suoi insegnamenti e il suo predicare un Messaggio di Fatima non diluito erano ormai da troppo tempo un elemento irritante intollerabile per gli esecutori della Ostpolitik e del nuovo ecumenismo del Vaticano.

       Il sacerdote canadese dai modi gentili stava rovinando la festa globale con il suo costante far notare nel suo periodico seccante che il Papa non è la mascotte di un Nuovo Ordine Mondiale di fratellanza ecumenica, ma il Vicario di Cristo, autorizzato da Dio Onnipotente a realizzare la Sovranità di Cristo per mezzo del Regno di Maria, e con esso la fine di ogni eresia, nel modo rivelato da Lei a Fatima:

       “Alla fine il Mio Cuore Immacolato trionferà. Il Santo Padre mi consacrerà la Russia. La Russia si convertirà e un periodo di pace sarà dato all'umanità ... Se la Mia richiesta sarà esaudita, molte anime saranno salvate e ci sarà la pace.”

       Un simile trionfalismo antiquato era un imbarazzante pugno nell'occhio nel paesaggio post-conciliare di libertà religiosa e di ecumenismo mondiale. Chi poteva più parlare seriamente della Sovranità di Cristo e della dignità di regina di Maria, in un momento in cui il Vaticano stava inviando Cardinali per partecipare all'inaugurazione in pompa magna della prima moschea nella città di Roma?4

       Ma su quali basi si poteva costringere al silenzio questo prete importuno? Dopo quasi vent'anni di lavoro apostolico, nessuna autorità della Chiesa aveva mai nemmeno suggerito che Padre Gruner avesse insegnato o creduto alcuna cosa contraria alla Fede e alla morale, e ancor meno che fosse colpevole di immoralità. Certamente non era un crimine canonico fare quello che i Cattolici avevano sempre fatto, e credere precisamente in ciò in cui essi avevano sempre creduto. Per quanto riguarda l'Apostolato, non c'erano dubbi che ai sensi del Codice di Diritto Canonico del 1983, emanato dallo stesso Papa Giovanni Paolo II, le sue attività erano assolutamente lecite, addirittura incoraggiate e certamente non avevano bisogno di alcuna “approvazione ecclesiastica” ufficiale che in questo momento potesse venire convenientemente tolta.5

       Inoltre, ora che la Chiesa era stata infestata completamente da preti e laici apertamente eretici e dalle loro innumerevoli associazioni eterodosse, operanti tutte impunemente contro lo stesso Codice di Diritto Canonico, ogni tentativo di costringere al silenzio Padre Gruner e il suo Apostolato Mariano sulla base di questioni dottrinali avrebbe fatto apparire i burocrati ridicoli: avrebbero fatto una pessima figura. Inoltre, avrebbero dovuto provare qualcosa in un procedimento canonico che includeva testimoni e documenti, con un diritto alla difesa dato a Padre Gruner.

       No, questo non andava. Tuttavia c'era uno stratagemma apparentemente infallibile a disposizione dei burocrati, e se ne sarebbero impadroniti con veemenza: avrebbero invocato il cosiddetto “diritto amministrativo” della Chiesa, che regola lo stato dei preti per mezzo di “decreti” amministrativi “extra giudiziari”, emanati da vescovi su questioni che riguardano la residenza del prete, le facoltà che egli può esercitare in una data diocesi, e il tipo di “missioni canoniche” che gli sono affidate. Nel caso di Padre Gruner la battaglia amministrativa che ne sarebbe derivata si sarebbe imperniata su una sola parola: incardinazione.

       Il Canone 265 del Codice di Diritto Canonico del 1983 stabilisce che:

       “Ogni membro del clero deve essere incardinato in una particolare Chiesa [il termine post-Vaticano II per la parola diocesi] ... non è assolutamente permesso che vi siano membri del clero non assegnati”.

       “Incardinazione” è un termine di derivazione latina e significa letteralmente essere fissato su cardini o attaccato a qualcosa. Come stabilisce il Canone, ogni prete deve essere “incardinato” in una diocesi in modo che nella Chiesa non ci siano preti non assegnati o “vaghi”.

       Naturalmente, Padre Gruner non era mai stato un vagus. Come tanti altri preti nella Chiesa odierna, gli era stato dato il diritto di vivere e lavorare fuori dalla diocesi della sua incardinazione. Infatti, il permesso gli era stato concesso in forma di un decreto scritto, impegnativo, firmato e sigillato dal Vescovo di Avellino. Certamente non c'era bisogno dei suoi servizi nella diocesi di Avellino, dove la sua incapacità di parlare il difficile dialetto locale gli precludeva qualsiasi incarico parrocchiale o altra missione canonica. Così, dal 1978 Padre Gruner aveva condotto l'Apostolato in Canada, con il permesso scritto di vivere fuori della diocesi di Avellino, il quale permesso precisava che egli avrebbe potuto continuare in tal modo fino al momento in cui un altro vescovo lo avesse invitato a trasferirsi nella sua diocesi. Almeno tre vescovi avrebbero offerto a Padre Gruner un tale invito, ma certo i burocrati del Vaticano non intendevano che vescovi benevolenti intralciassero loro la strada.

       Per Padre Gruner un accordo piuttosto comune e perfettamente legale con il suo vescovo era diventato un tallone di Achille. Il Piano per approfittarsene era molto semplice: per prima cosa, si sarebbe ordinato a Padre Gruner di trovare un altro vescovo che lo incardinasse; poi i burocrati avrebbero bloccato tutte le offerte di incardinazione fatte da vescovi benevolenti di altre diocesi; poi avrebbero fatto sì che il Vescovo di Avellino revocasse il permesso di vivere fuori dalla diocesi e ordinasse a Padre Gruner di ritornare ad Avellino, con la scusa che egli aveva “mancato” di trovare un altro vescovo.

       Se Padre Gruner non si fosse sottomesso all'esilio in una diocesi straniera, allora sarebbe stato passibile delle sanzioni estreme: la sospensione dal sacerdozio, seguita dalla riduzione allo stato laico6: una pena di cui oggi non si minacciano più nemmeno i preti apertamente eretic. La distruzione di Padre Nicholas Gruner poteva così essere compiuta interamente nell'ambito dei decreti “amministrativi”, senza la minima prova di alcuna offesa contro la fede o la morale e senza alcuna opportunità per Padre Gruner di organizzare una difesa. Naturalmente, Il Piano avrebbe richiesto la cooperazione del Vescovo di Avellino, la cui giurisdizione, sopra un prete della sua stessa diocesi, non poteva semplicemente essere usurpata dai burocrati del Vaticano. Ma questo non era un problema: per mezzo della giusta pressione proveniente da alti livelli, il Vescovo avrebbe potuto essere persuaso ad afflosciarsi come una marionetta e ad acconsentire ai burocrati di manovrare i suoi fili. E mentre anche un decreto “amministrativo” deve essere basato su una giusta causa e sul rispetto dei diritti naturali del prete, chi avrebbe controllato per assicurare e garantire che i burocrati agissero secondo giustizia?

       In effetti il primo tentativo per realizzare questo Piano era avvenuto nel maggio del 1989, quando Padre Gruner aveva ricevuto una lettera dal Vescovo di Avellino che lo informava di “segnali di inquietudine” che aveva ricevuto dal “Segretario di Stato” vaticano e dalla “Congregazione per il Clero”.7 Quindi il Vescovo era già controllato a distanza da “segnali” dei burocrati del Vaticano, trasmessi su lunghezze d'onda segrete, di cui Padre Gruner non sarebbe mai venuto a sapere. Il Cardinale Innocenti avrebbe ben presto ammesso tutto ciò nel suo straordinario “intervento” del luglio 1989, riferendosi al “caso” segreto di Padre Gruner che “aveva suscitato serie preoccupazioni da parte della Santa Sede.” (Vedi il capitolo 9)

       Nel novembre del 1989 il Vescovo aveva risposto ai “segnali di inquietudine” dei burocrati scrivendo a Padre Gruner in un inglese pieno di errori, frutto di una cattiva traduzione dall'italiano, quanto segue: “Nel frattempo decida che vuol fare: o si fa incardinare altrove, o torna ad Avellino”.8 Ma il Vescovo non sembrava essere entrato col cuore nel Piano; non se la sentiva di portare a termine l'ingiusta esecuzione del suo prete.

       In incontri successivi e nella corrispondenza con Padre Gruner e il suo amico, Padre Paul Kramer, il Vescovo ripetutamente riaffermò i diritti di vecchia data concessi a Padre Gruner di risiedere fuori della diocesi mentre cercava un altro vescovo.9 Durante uno di questi incontri, proprio poco prima di cuocere le bistecche per la cena con i suoi ospiti dal Canada, il Vescovo aveva dichiarato: “Padre Gruner, sospenderLa sarebbe un peccato mortale. Ma se il Vaticano mi dice di farlo, io lo farò.”10

       Egli non fu mai messo alla prova. Nel febbraio del 1993 un nuovo vescovo venne investito nella diocesi di Avellino. Questo sì che era un uomo che avrebbe svolto con entusiasmo il ruolo di marionetta. Così si rivelò quasi immediatamente: nel luglio del 1993 Padre Gruner ricevette per iscritto un'offerta di incardinazione da parte del Vescovo della diocesi di Simla-Chandigarh, in India, che era felicissimo di patrocinare nella sua diocesi Padre Gruner e l'Apostolato.11 Agli occhi di qualsiasi osservatore obbiettivo sarebbe parso che il problema amministrativo di Padre Gruner fosse risolto: gli era stato ordinato di trovarsi un altro vescovo e lui lo aveva trovato. Arrivederci Avellino.

       Ma il nuovo Vescovo di Avellino prontamente prese l'inedita iniziativa di trasmettere l'offerta di incardinazione alla Congregazione per il Clero, aspettando diversi mesi prima di dire a Padre Gruner che “la richiesta per l'incardinazione era stata passata alla Congregazione e mi ha messo nella condizione di non poter agire. Sto aspettando le istruzioni da parte di Monsignor Sepe [Segretario della Congregazione per il Clero].”12

       In altre parole, il nuovo Vescovo aveva semplicemente ceduto la sua giurisdizione su un prete della sua stessa diocesi ad un Segretario del Vaticano che ora si sarebbe liberato di Padre Gruner al di fuori dei canali previsti dal Diritto Canonico.13 Mentre Padre Gruner aspettava da mesi notizie dal Vescovo di Avellino, il Vescovo di Simla-Chandigarh fu raggiunto nella sua diocesi remota e “informato” dai burocrati della “situazione” di Padre Gruner, sicché l'offerta di incardinazione fu improvvisamente ritirata. Il Piano stava procedendo a perfezione.

       Il 31 gennaio 1994, proprio secondo Il Piano, il Vescovo di Avellino emanò un “decreto amministrativo” in cui ordinava a Padre Gruner di rientrare nella diocesi di Avellino entro 30 giorni, dopo una assenza autorizzata di oltre 16 anni.14 Evidentemente si pretendeva che Padre Gruner abbandonasse il lavoro di tutta una vita, chiudesse la sua casa, lasciasse i suoi affari personali a soqquadro e immediatamente entrasse in un'esilio a vita in una remota diocesi straniera che non lo aveva mai pagato e che non aveva mai avuto bisogno dei suoi servizi fin dal 1976!

       Il pretesto per il decreto fu, naturalmente, la preordinata “mancata” incardinazione in un'altra diocesi. Ma Padre Gruner si era incontrato con il Vescovo di Avellino solo 18 giorni prima, per discutere, tra le altre cose, l'offerta di incardinazione proveniente dalla diocesi di Simla-Chandigarh, che, il Vescovo aveva ammesso, era stata bloccata dai burocrati. Come poteva il Vescovo, in tutta coscienza, emanare un decreto solo pochi giorni dopo, facendo finta che Padre Gruner avesse “mancato” colpevolmente di trovare un'altra diocesi che lo accettasse?

       Il Vescovo parve rendersi conto di aver bisogno sia di una foglia di fico per coprire questa vergognosa frode, sia di qualche pretesto per gli “ammonimenti” canonici contenuti nel suo decreto del 31 gennaio. Così fece riferimento a certe “lamentele”, non meglio specificate, intorno a Padre Gruner. Tuttavia, durante l'incontro avvenuto solo 18 giorni prima, il Vescovo aveva anche ammesso che nei suoi schedari non c'erano lamentele contro Padre Gruner, che la reputazione del Padre come sacerdote era certamente ineccepibile, e che era solo la pressione esercitata dai burocrati del Vaticano a forzargli la mano.15 Come, in tutta coscienza, poteva il Vescovo emanare ora un decreto fingendo che ci fossero “lamentele” contro Padre Gruner?

       E quale era la prova di queste “lamentele”? Il decreto non menzionava alcunché, salvo una lettera anonima del 1978, che riguardava una lamentela non precisata, non espressa da alcuna autorità della Chiesa, ma da qualcuno all'interno dello stesso Apostolato. In tale documento anonimo, a quanto pareva, si lamentava che Padre Gruner avesse in qualche modo danneggiato l'Apostolato. Danneggiato? Dal 1978, l'Apostolato era cresciuto di cinquanta volte sotto la direzione di Padre Gruner, trasformandosi da un gruppetto alle prime armi di poche persone laiche in uno degli apostolati di Fatima più estesi del mondo.

       Durante quei sedici anni, l'Apostolato aveva prodotto e distribuito per tutto il mondo diversi milioni di libri, di periodici, di opuscoli e di fogli sul Messaggio di Fatima; aveva trasmesso programmi per migliaia di ore alla radio e alla televisione nel Nord America; aveva spedito oltre 20 circolari ad ogni vescovo del mondo, inclusi sei libri; e aveva organizzato una conferenza nella stessa Città del Vaticano e una a Fatima a cui era stato invitato l'intero mondo episcopale. Eppure in questa lunga e vasta vicenda di insegnamento e predicazione, nell'opera di tutta la vita di Padre Nicholas Gruner, il Vescovo di Avellino in carica, quale “motivazione” del richiamo ad Avellino, potè tirar fuori solo una lettera anonima vecchia di 16 anni e con accuse non specificate!

       Questa mancanza di prove era un grandissimo imbarazzo per Il Piano. Padre Gruner aveva guidato l'Apostolato per i 16 anni precedenti senza la minima obiezione da parte di tre successivi vescovi di Avellino. Pareva proprio che Il Piano non avesse una legge sulla prescrizione!

       Era ovvio che i fili della marionetta erano tirati con una certa violenza, dato che Il Piano doveva essere realizzato, e al più presto. Poiché l'esito era predeterminato, il tipo di prove non aveva alcuna importanza: qualsiasi cosa andava bene, anche una lamentela di 16 anni prima su niente di particolare. Alquanto curiosamente, mai una volta nel realizzare Il Piano, i burocrati avrebbero fatto riferimento agli insegnamenti e alle prediche sul Messaggio di Fatima di Padre Gruner. Era come se essi avessero una paura mortale di menzionare il vero obiettivo delle loro azioni.

       Ma c'era ancora qualche altro ostacolo che impediva la distruzione di Padre Gruner e del suo lavoro: c'erano altri vescovi benevolenti pronti ad offrirgli asilo nella loro diocesi. Il 29 maggio 1994 il Vescovo della diocesi di Anapolis in Brasile, offrì a Padre Gruner l'incardinazione nella sua diocesi, a far tempo dal 16 luglio 1994.16

       Conscio dell'ostilità dei burocrati, il Vescovo lo avvertì, nella sua offerta scritta, che l'incardinazione doveva rimanere una cosa confidenziale fino alla sua data effettiva. Ma non fu confidenziale abbastanza. I burocrati ben presto si misero in contatto con il Vescovo per “informarlo” circa il “caso” di Padre Gruner. Dopo essere stato in tal modo “informato”, il Vescovo in gran fretta ritirò la sua offerta senza dare nessuna spiegazione, dicendo solamente a Padre Gruner che doveva “accettare le decisioni della Congregazione”. Decisioni? Quali decisioni?

       Come aveva ben fatto capire il Cardinale Innocenti nel suo intervento del 1989, una nuovissima formula di procedura canonica era stata ideata specialmente per Padre Gruner: un “caso” segreto nella Congregazione per il Clero, culminante in “decisioni” segrete che impedivano la sua incardinazione da parte di vescovi ben disposti, che altrimenti sarebbero stati lieti di incardinarlo nella loro diocesi.

       Il Codice di Diritto Canonico del 1983 specificatamente garantisce il diritto di un prete di trasferirsi in un'altra diocesi, qualora egli trovi un vescovo che possa utilizzare il suo servizio sacerdotale in modo migliore.17 Ma a Padre Gruner non sarebbe stato mai concesso di dare nemmeno uno sguardo alle procedure segrete per mezzo delle quali il suo diritto veniva negato. Nessuna semplice legge della Chiesa poteva avere la priorità sull'esecuzione del Piano.

       Nel frattempo Padre Gruner aveva presentato un appello canonico contro l'ordine di rientro emanato dal Vescovo di Avellino. Ma Il Piano aveva tenuto conto anche di questa eventualità, poiché l'appello avrebbe dovuto per forza passare davanti alla Congregazione per il Clero, dove i giudici non sarebbero stati altri che due degli stessi burocrati che avevano orchestrato Il Piano, il Cardinale Sanchez e l'Arcivescovo Sepe.

       Naturalmente erano stati loro che avevano diffuso “dichiarazioni” attraverso i media del Vaticano incitando l'intera Chiesa a schivare la conferenza dell'Apostolato a Fatima, interdendo in tal modo di fatto Padre Gruner e l'Apostolato senza nemmeno una parvenza del debito processo canonico. Allo stesso tempo, naturalmente, le associazioni eretiche organizzavano conferenze e diramavano manifesti impudenti per tutto il mondo e la Congregazione per il Clero non proferiva parola.

       Non c'era bisogno di essere profeti per predire che gli stessi due burocrati avrebbero confermato l'ordine di ritornare ad Avellino. In uno sbrigativo decreto emanato solo pochi giorni dopo il ricorso in appello di Padre Gruner, essi dichiararono che il Vescovo di Avellino aveva agito correttamente nell'ordinare il suo rientro: dopo tutto, Padre Gruner aveva “mancato” di trovare un altro vescovo, no?! Loro avevano provveduto in questo senso. Così si rivelava la meraviglia della “legge amministrativa” nella burocrazia vaticana: a burocrati che avevano pubblicamente condannato l'accusato senza ragioni o senza un'udienza e che avevano interferito impropriamente nei suoi diritti, si permetteva di sedere a giudicare un appello provocato dalle loro stesse azioni.

       Il 7 giugno 1994, Padre Gruner presentò un ulteriore appello davanti alla Segnatura Apostolica, la più alta corte della Chiesa Cattolica, dopo lo stesso Papa. Qui il Gioco dell'incardinazione sarebbe continuato, con il Prefetto della Segnatura, il Cardinale Agustoni, che emanava un decreto brulicante di errori fattuali e legali e distorto in modo imbarazzante per raggiungere il risultatoi desiderato: l'esilio permanente di Padre Nicholas Gruner in un luogo da dove, si sperava, non si sarebbe più udito nulla di lui.

       Sarebbero passati più di due anni prima che Padre Gruner ricevesse una copia ufficiale del decreto: fu letteralmente l'ultimo a sapere. Nel frattempo, la “scoperta” Provvidenziale di una “pistola fumante” avrebbe finito col portare alla luce Il Piano. Il processo di appello canonico avrebbe raggiunto un nuovo livello di complessità mentre il Gioco dell'incardinazione si avvicinava alla sua sequenza finale. Ma ciò significa anticipare il racconto. Solo alcuni mesi dopo l'appello di Padre Gruner alla Segnatura, si sarebbe tenuta una nuova conferenza di Fatima: a Città del Messico, nel novembre 1994. Che cosa avrebbero fatto i burocrati di fronte a una seconda riunione di vescovi per discutere il messaggio “proibito” di Fatima?


Note:

1. Papa Giovanni XXIII, discorso d'apertura del Concilio Vaticano Secondo, Oct. 11, 1962; vedi anche Ralph M. Wiltgen S.V.D., The Rhine Flows Into the Tiber, p.15.

2. Papa Pio X, Enciclica Pascendi Dominici Gregis, 3 luglio 1907, § 3.

3. Joseph Cardinal Ratzinger, La Mia Vita, aprile 1997; vedi anche The Wanderer, 8 maggio 1997.

4. Latin Mass magazine, inverno 1996, vol. V, n°1, p.6.

5. Codice Canonico del Diritto (1983), cc. 212, 215, 216, 299.

6. V. il c. 290 del Codice Canonico del Diritto (1983): “Una volta legittimamente conferita, la sacra ordinazione non potrà mai essere invalidata.” Tuttavia un ecclesiastico può decadere dallo stato eccclesiastico. Ciò non significa che il carattere del sacerdozio sia stato cancellato. Il Concilio di Trento, (cap.3, can.4), afferma chiaramente: “... Se qualcuno dice che con l'ordinazione non viene impresso nessun carattere definitivo o chi è stato sacerdote possa tornare ad essere un laico: lasciate che incorra nell'anatema”.

7. A Canonical Recourse To The Sacred Congregation For The Clergy, in The Fatima Crusader, n°53, estate 1996, p.21.

8. Ibid.

9. Ibid.

10. Ibid., p.22.

11. Ibid., pp.23-24.

12. Ibid., p.24.

13. Secondo il canone 384 del Codice Canonico del Diritto (1983) il vescovo “deve rivolgere una particolare attenzione ai sacerdoti che lo aiutano e lo consigliano e deve difendere i loro diritti...”

14. A Canonical Recourse To The Sacred Congregation For The Clergy, in The Fatima Crusader, n°53, estate 1996, p.24.

15. Ibid.

16. Ibid., pp.24-25.

17. I canoni 270 e 271 del Codice Canonico del Diritto (1983) stabiliscono le norme di legge che regolano l'incardinazione e l'escardinazione.

 
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