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Capitolo 20

Il Tribunale degli Specchi

       Negli ultimi trentotto anni gli emissari vaticani hanno tenuto conferenze in tutto il mondo sulla necessità di rispettare i “diritti umani” nella “civiltà dell'amore”. Ma per quanto riguarda i tribunali vaticani? Anche la Dichiarazione Universale dei Diritti, così aridamente umanistica, adottata dall'Assemblea Generale dell'O.N.U. nel 1948, riconosce che “Ciascuno ha diritto in completa equità a un'udienza giusta e pubblica da parte di un tribunale indipendente e imparziale, nella determinazione dei suoi diritti e doveri ...”1 Giovanni Paolo II ha acclamato la Dichiarazione come “una delle più elevate espressioni della coscienza umana dei nostri tempi”.

       Sembrerebbe, però, che i giudici dei tribunali vaticani si considerino esonerati dal criterio di giustizia che il Vaticano predica per gli altri uomini. Persino i tribunali civili senza Dio riconoscono il diritto a un giudizio imparziale; il diritto a una specificazione dei capi d'accusa; il diritto a un'udienza giusta e aperta; il diritto al confronto con i testimoni; il diritto a fare ricorso avverso una decisione ingiusta davanti a una corte d'appello imparziale. Per Padre Nicholas Gruner, comunque, nessuno di questi diritti è sembrato essere operante nelle aule della Congregazione per il Clero e della Segnatura Apostolica. Quanti altri sacerdoti caduti in disgrazia sono stati risucchiati da questo vuoto di diritti umani, e quindi estromessi con la reputazione e con lo stato sacerdotale distrutti?

       Nei documenti che ha depositato presso la Congregazione e la Segnatura, Padre Gruner ha fornito la prova incontrovertibile che le procedure canoniche a suo carico erano una completa mistificazione: che gli ordini che lo richiamavano ad Avellino non erano gli ordini del vescovo, ma quelli del Cardinale Agustoni, Prefetto della Segnatura Apostolica, del Cardinale Sanchez, Prefetto della Congregazione per il Clero, e dell'Arcivescovo Sepe, il Segretario della Congregazione; tutti loro avevano imposto segretamente le loro conclusioni proprio sul caso per il quale avevano avuto la carica di giudici.

       Padre Gruner ha sottolineato come tale interferenza sulla giurisdizione di un vescovo nella sua stessa diocesi non avesse precedenti negli annali del diritto canonico, perché la Chiesa ha sempre insegnato che il vescovo è sovrano nella sua diocesi. Che Agustoni, Sanchez e Sepe fossero prelati di rango superiore al Vescovo di Avellino non è pertinente. Essi non avevano diritto di interferire con la divina costituzione della Chiesa reclutando a forza la Diocesi di Avellino e trasformando il suo vescovo nel loro fantoccio. Al contrario, si presumeva che la loro funzione in qualità di membri dei tribunali vaticani dovesse essere quella di correggere gli abusi di potere da parte dei vescovi, e non di impiegare un vescovo per commettere essi stessi un abuso.

       Le prove di Padre Gruner comprendono, inoltre, una copia, fortunatamente scoperta, della lettera del 1989 dal Cardinale Agustoni al Vescovo di Avellino, che ordinava al vescovo di richiamare Padre Gruner in modo che sembrasse un'idea dello stesso vescovo. Nel gennaio del 1997 la scoperta di questa “pistola ancora fumante” ha imposto, infine, l'allontanamento di Agustoni, impedendogli, quindi ulteriori deliberazioni in merito al caso di Padre Gruner; per la prima volta nella storia della Segnatura un suo Prefetto era stato costretto a dimettersi per ragioni di parzialità. Eppure Agustoni aveva già espresso la sua decisione sfavorevole del maggio 1995 sostenendo il primo ordine di rientro da parte del Vescovo di Avellino; proprio l'ordine che lo stesso Agustoni aveva segretamente ordinato al vescovo di consegnare.

       Padre Gruner ha presentato prove di comportamento giuridico grossolano e indegno sufficienti per rovesciare qualsiasi verdetto presso un tribunale secolare civile. Ma i giudici dei tribunali ecclesiastici che stavano attuando Il Piano per il trasferimento di Padre Gruner evidentemente restarono impassibili di fronte al fatto che la giustizia della Chiesa superasse quella degli scribi e dei farisei del potere giudiziario secolare. No, Il Piano procedeva senza essere ostacolato dai concetti di “giustizia e solidarietà” che il Vaticano prescriveva per l'ipotetica “civiltà dell'amore”.

       Nel luglio del 1997, alcuni mesi dopo la Terza Conferenza di Fatima svoltasi a Roma, Padre Gruner riceveva la sentenza della Segnatura Apostolica sul suo ricorso contro il primo ordine di rientro ad Avellino. Non fu una sorpresa che l'allontanamento del Cardinale Agustoni non avesse alterato l'esito predeterminato. La questione venne semplicemente trasferita al braccio destro di Agustoni, l'Arcivescovo Zenon Grocholewski, Segretario della Segnatura, che respinse il ricorso con la secca frase latina manifeste caret quolibet fundamento, evidentemente privo di qualsiasi fondamento, un modo di dire latino che significa “Rifiutiamo di ascoltare il tuo caso”.

       L'Arcivescovo Grocholewski era un altro guardiano prevenuto, fermo all'ingresso del tribunale. Parecchi mesi prima del provvedimento dell'Arcivescovo Grocholewski, Padre Gruner aveva consultato a Roma il canonista Franco Ligi sull'eventualità di accettare il suo caso. Ligi è un insigne avvocato che esercita sia nei tribunali vaticani che presso il sistema giudiziario civile della Corte Suprema italiana. Dopo aver parlato con Grocholewski presso gli uffici della Segnatura, Ligi rifiutò di accettare il caso, dicendo a Padre Gruner che l'Arcivescovo Grocholewski aveva ammesso senza mezzi termini che il caso, in realtà, non poneva in questione l'incardinazione di Padre Gruner in questa o quella diocesi, ma riguardava piuttosto “ciò che egli dice. Egli provoca disaccordo”. Disaccordo in che senso? C'era qualcosa di falso in quanto Padre Gruner affermava? O il “disaccordo” di cui Grocholewski si doleva era l'effetto causato da un sacerdote che dice la verità su Cristo Re e sul trionfo della Sua Madre Regina, in un'epoca in cui tali argomenti sono divenuti estremamente imbarazzanti per il Vaticano? Lo Stesso Nostro Signore non aveva forse predetto che proprio il disaccordo sarebbe sorto dalla predicazione del Vangelo, come era stato riassunto, con concisione divina, nel Messaggio di Fatima?

       Ligi aveva prontamente convenuto con Padre Gruner che se il caso avesse realmente riguardato quanto affermato da Padre Gruner, allora avrebbe dovuto essere trasferito alla Congregazione per la Dottrina di Fede, dove Padre Gruner avrebbe potuto difendere ampiamente la sua predicazione e il suo insegnamento. Naturalmente ciò non è mai accaduto. Un esame dottrinale dell'opera di Padre Gruner era l'ultima cosa che Grocholewski e i suoi seguaci esecutori del Piano volevano vedere, poiché esso avrebbe condotto al proscioglimento del loro obiettivo. Il caso sarebbe rimasto alla Segnatura. E adesso era nelle mani dell'Arcivescovo Grocholewski, che con Ligi aveva ammesso apertamente che l'intera procedura era un pretesto per sopprimere un apostolato che non poteva essere soppresso altrimenti.

       La sentenza di Grocholewski stabiliva che il ricorso di Padre Gruner era stato rifiutato per un motivo tecnico: vale a dire perché non era stato presentato entro quindici giorni dalla decisione presa nel 1995 dal Cardinale Agustoni di confermare il primo ordine di rientro ad Avellino. Eppure Padre Gruner non aveva mai ricevuto dagli uffici della Segnatura copia di questa decisione; quindi come poteva sapere che vi era una decisione contro cui appellarsi? La risposta data nella sentenza era che l'avvocato di Padre Gruner ne aveva ricevuto copia. Ma l'anziano canonista era malato così gravemente che non era riuscito a notificare a Padre Gruner la decisione per quasi diciassette mesi, e Padre Gruner neppure seppe di tale decisione finché questa non venne pubblicata mesi più tardi nel Soul Magazine del Blue Army. Che disdetta! Manifeste caret quolibet fundamento.

       Ma persino le corti civili amministrate da non credenti permettono alle parti innocenti di riaprire i casi che non sono comparsi in tribunale per infermità o negligenza dell'avvocato. Certamente un tribunale della Chiesa Cattolica dovrebbe essere imparziale almeno quanto i tribunali civili senza Dio in circostanze simili. Ma non è così. Manifeste caret quolibet fundamento.

       Ma, seriamente, come ci si poteva aspettare che Padre Gruner si appellasse entro quindici giorni contro una decisione di cui non era a conoscenza finché il suo contenuto non apparve, molti mesi dopo, sulla rivista del Blue Army? Davvero sfortunato. Manifeste caret quolibet fundamento.

       Che dire, dunque, dell'intollerabile ingiustizia dell'intera questione? Padre Gruner aveva scoperto e presentato alla Segnatura la prova definitiva che il Cardinale Agustoni fosse l'istigatore segreto dell'ordine di rientro ad Avellino, consigliando il Vescovo di Avellino di fingere che fosse una sua idea. Se il Cardinale Agustoni era stato costretto a dimettersi in quel momento a causa di questa scoperta, non si sarebbe dovuto dimettere prima di emettere la sua decisione contro Padre Gruner? Come si poteva permettere ad Agustoni di farla franca con l'inganno di presiedere in appello quando, in sostanza, le sue azioni simulavano un giudizio imparziale sull'ordine di rientro “del vescovo”? La sentenza di Agustoni del 1995 non era forse nulla e vuota in quanto frode attuata contro Padre Gruner? Ci dispiace, è troppo tardi. Manifeste caret quolibet fundamento.

       Che ne è, allora, del diritto di Padre Gruner al suo buon nome? Padre Gruner ha fatto rilevare che la decisione venne gravata da menzogne facilmente dimostrabili, compresa l'insinuazione che Padre Gruner fosse un sacerdote “vagus” (senza un vescovo), mentre in verità egli aveva avuto il permesso scritto del Vescovo di Avellino di risiedere in Canada. Perché a Padre Gruner non venne concessa facoltà di riparare ai danni alla sua reputazione derivati dalla pubblicazione sulla rivista Soul, diffusa in tutta l'America del Nord, della sentenza “riservata” di Agustoni? No, niente affatto. Manifeste caret quolibet fundamento.

       Perciò la sentenza di tre pagine di Grocholewski distrusse l'opera di un'intera vita e il buon nome di un sacerdote cattolico che non aveva commesso alcuna offesa né contro la fede né contro la morale. Il contrasto con casi di reale cattiva condotta sacerdotale è stupefacente: sacerdoti pedofili vengono trasferiti per anni di parrocchia in parrocchia dai loro vescovi, finché qualcuno tra le loro vittime sporge denuncia per i crimini commessi o intenta cause civili da milioni di dollari.2 Predicatori delle più oltraggiose eresie vengono ignorati, o semplicemente assegnati a un altro pulpito su tardivi ordini dal Vaticano, rimanendo, tuttavia, sacerdoti di buona reputazione.3 Ma per Padre Nicholas Gruner le ruote della giustizia vaticana continuavano a macinare con efficienza straordinaria e spietata, tanto da sembrare che, almeno per lui, la macchina giuridica fosse consapevole, vigile e determinata a raggiungere un risultato definitivo.

       Eppure il caso non è ancora interamente concluso. Resta da decidere il secondo ricorso di Padre Gruner alla Segnatura contro il secondo ordine di rientro da parte del Vescovo di Avellino. Quest'ordine (a differenza del primo) implicava una reale minaccia di sospensione dal sacerdozio se Padre Gruner non avesse acconsentito a relegarsi per sempre ad Avellino. Oggetto del secondo ricorso era esattamente l'incardinazione di Padre Gruner da parte dell'Arcivescovo di Hyderabad, il terzo prelato che, in meno di tre anni, si era offerto di scrivere per patrocinare la causa di Padre Gruner affinché egli operasse in una diocesi amica. Il Cardinale Sanchez e l'Arcivescovo Sepe, presso la Congregazione per il Clero, avevano già dichiarato che l'incardinazione a Hyderabad era “inesistente”. Cosa avrebbe detto la Segnatura dell'incardinazione scomparsa come per una magia canonica senza precedenti?

       Poiché Padre Gruner attendeva una risposta, il corso degli eventi segnò la presentazione presso un altro tribunale: il tribunale dell'opinione pubblica. Quando gli esecutori del Piano avevano fatto trapelare alla stampa cattolica la sentenza di Agustoni sul primo ricorso, evidentemente ci si aspettava che l'apostolato di Padre Gruner sarebbe stato colpito a morte dalla semplice rivelazione apparsa sulla rivista Soul che “il più alto tribunale ecclesiastico” (cioè il Cardinale Agustoni) aveva “dichiarato” che Padre Gruner era un “vagus” che non era “riuscito” a trovare un vescovo che lo incardinasse, e che “disobbediva”, venendo meno all'ordine di rientrare ad Avellino. Naturalmente Soul non rivelava che l'unica ragione per cui Padre Gruner non era “riuscito” a trovare un altro vescovo è che Agustoni et al., gli avevano sistematicamente impedito di farlo.

       Ma il ricorrere all'opinione pubblica si sarebbe dimostrato essere un errore grossolano. La pubblicazione della sentenza su Soul rese possibile una risposta pubblica da parte di Padre Gruner e dell'apostolato sulla rivista The Fatima Crusader (Il crociato di Fatima) e altrove. Quando la gente apprese i particolari del Piano, un'ondata di sdegno cominciò a levarsi da parte di vescovi, sacerdoti e laici che ne avevano abbastanza della doppia regola che proteggeva pedofili ed eretici mentre perseguitava spietatamente un sacerdote Mariano.

       Anticipando l'inevitabile decisione sul secondo ricorso, a metà del 1997 iniziò a circolare, per essere firmata, una seconda Lettera Aperta a Giovanni Paolo II da pubblicare sulla stampa italiana, che implorava ancora una volta l'intercessione del Papa nel caso di Padre Gruner. La reazione fu elettrizzante: in pochi mesi, ventisette vescovi — tra cui dieci arcivescovi — 1.500 tra sacerdoti e suore e più di 15.000 membri laici avevano firmato la lettera. Il numero di vescovi che desideravano firmare era aumentato più di tredici volte dalla prima Lettera Aperta nel 1995.

       La campagna condotta dai burocrati per consegnare Padre Gruner all'oblìo stava improvvisamente perdendo terreno in maniera piuttosto drammatica; la stampa che fece trapelare la sentenza della Segnatura riuscì soltanto a esporre Il Piano a un fulmineo scrutinio da parte del pubbico. Esaminate dal tribunale pubblico cui essi avevano scelto di sottostare, le manovre di Sanchez, Sepe e Agustoni vennero considerate alla stregua di qualsiasi altro abuso di potere.

       All'inizio del febbraio del 1998 Padre Gruner ricevette la risposta al suo secondo ricorso, contenente il risultato previsto. L'ultima sentenza della Segnatura (emessa dall'Arcivescovo Grocholewski, in assenza di Agustoni) avvisava Padre Gruner che il suo ricorso non era neppure stato oggetto di discussione da parte dei giudici del tribunale. Il ricorso era stato bloccato ancora una volta sulla scrivania di Grocholewski con la stessa perentoria frase latina: Manifeste caret quolibet fundamento. Questa volta, comunque, gli esecutori del Piano si erano sentiti costretti a cercare di far apparire più rispettabili le loro attività, alla luce della sfavorevole pubblicità che si era abbattuta su di loro. Ed ecco fare il suo ingresso il “promotore di giustizia”.

       Nel diritto canonico il “promotore di giustizia” è una terza parte manifestamente neutrale che valuta i fatti e la legge di un caso ed esprime un'opinione indipendente sul modo in cui esso andrebbe risolto. In questo caso, non è sorprendente che il “promotore di giustizia” funzionasse come il Promotore del Risultato Predeterminato, risultato che era già stato stabilito nella missiva segreta tra il Cardinale Agustoni e il Vescovo di Avellino.

       All'insaputa di Padre Gruner il “promotore di giustizia” era pervenuto ad alcune “conclusioni” in latino riguardo i fatti e la legge persino prima che la sentenza di Grocholewski fosse stata emanata. Il nuovo avvocato di Padre Gruner, in accordo ai termini del suo mandato scritto, avrebbe dovuto rispondere al documento e inoltrarne una copia al suo assistito. In una sbalorditiva replica della precedente negligenza avvocatizia, il nuovo avvocato mise semplicemente da parte il documento, non presentando affatto una risposta e persino non avvisando Padre Gruner della sua esistenza. Questa fu una negligenza del genere più grossolano, come se un avvocato civile dopo aver accettato la consegna di documenti in un processo contro il suo cliente, non riuscendo a rispondere in tempo all'azione legale, dimenticasse di avvertire il suo cliente fino all'arrivo di una sentenza in contumacia del costo di milioni di dollari. Nel caso di Padre Gruner, comunque, l'argomento in gioco, cioè l'esercizio del suo sacro sacerdozio, era infinitamente più prezioso di qualsiasi somma di denaro. Una “sentenza in contumacia” in questo caso ha conseguenze spirituali che vanno ben oltre qualunque previsione umana. Il “promotore di giustizia” presentò la sua relazione il 22 novembre 1997 — il giorno della festa di Santa Cecilia, che venne uccisa in quella data da ripetuti colpi di scure. Padre Gruner avrebbe appreso di lì a poco che il primo colpo di scure era ricaduto su di lui.

       In quattordici pagine di contorti ragionamenti il “promotore di giustizia”, senza incontrare alcuna opposizione da parte del nuovo avvocato, aveva “scoperto” che era perfettamente giusto e appropriato che un sacerdote con una reputazione ventennale, che non aveva mai fatto nulla di sbagliato e che, per di più, aveva trovato tre vescovi favorevoli ad accettarlo nelle loro diocesi, venisse sottoposto alle seguenti misure: (a) ritorno ad Avellino entro 29 giorni dalla notifica, dopo aver risieduto in Canada senza alcuna obiezione per più di 16 anni; (b) immediata distruzione dell'attività dell'apostolato durata una vita intera, nonostante tre vescovi fossero assolutamente pronti a promuovere l'apostolato nelle loro diocesi; (c) il licenziamento di 150 impiegati dell'apostolato; (d) la cessazione dei sussidi per l'assistenza a più di 50 bambini orfani che venivano mantenuti dai fondi dell'apostolato; (e) l'abbandono della sua dimora, dei suoi parenti e delle sue questioni personali in Canada e (f) la prigionia virtuale a vita, sotto la minaccia della sospensione dal sacerdozio, in una diocesi straniera il cui vescovo non aveva richiesto il suo impegno dal 1978!

       E perché, secondo il “promotore di giustizia” questo orrore doveva essere un risultato “giusto”? Il documento non aveva neppure tentato di sviluppare un fondamento logico per trattare un sacerdote moralmente retto con durezza tanto maggiore rispetto ai pedofili errabondi e agli eretici pubblici che affliggevano la Chiesa postconciliare con una quasi totale impunità. Tutto ciò che il “promotore di giustizia” poteva offrire era la semplice conclusione che “Vi erano gravi ragioni per negare una lettera di escardinazione” da Avellino affinché Padre Gruner potesse essere incardinato a Hyderabad. E quali erano queste “gravi ragioni” per negare l'escardinazione? Esse erano “le stesse gravi ragioni per richiamare Padre Gruner alla diocesi”. Bene, allora quali erano le gravi ragioni per richiamare Padre Gruner alla diocesi? Passando al paragrafo successivo, il “promotore di giustizia” aveva semplicemente lasciato la domanda priva di risposta. Ma la risposta era implicitamente sottintesa, non solo dal “promotore di giustizia” ma da chiunque altro stesse collaborando all'esecuzione del Piano; le “gravi ragioni” per richiamare Padre Nicholas Gruner alla Diocesi di Avellino, e impedirgli di trovare posto in una qualsiasi altra diocesi al mondo, erano le seguenti: primo, Padre Gruner era stato di gran lunga troppo efficace, e per troppo tempo, nel promuovere il Messaggio di Fatima. Secondo, il Messaggio di Fatima ricordava in modo intollerabilmente imbarazzante che la “civiltà dell'amore” interconfessionale promossa dagli emissari vaticani non era esattamente il trionfo dell'Immacolato Cuore che Nostra Signora aveva proclamato a Fatima. Né era il programma immaginato da Papa Pio XI quando aveva proclamato la Festa di Cristo Re e pregato davanti al mondo intero che Dio salvasse gli idolatri, musulmani ed ebrei, dalle loro tenebre e li portasse alla vera Chiesa.

       In breve, Padre Gruner e l'apostolato erano fastidiosamente insistenti nel ricordare l'insegnamento di tutti i Papi prima del 1960 sulla Regalità Sociale di Cristo e sulla Regalità di Maria. Ma questo insegnamento è stato sostituito dallo “Spirito del Vaticano Secondo”, dall'Ostpolitik e dall'ecumenismo mondiale, dal “dialogo”, dai “diritti umani” e dalla “civiltà dell'amore”. Chi stava proponendo il nuovo vocabolario avrebbe potuto trovarsi troppo a disagio con quello vecchio. Tutti gli antiquati discorsi preconciliari su re e regine, l'inginocchiarsi di tutti davanti al Signore, la conversione della Russia e il trionfo dell'Immacolato Cuore, tutto ciò era irreparabilmente fuori luogo nelle nuove disposizioni che gli emissari vaticani avevano plasmato insieme a chi deteneva i poteri terreni e, in particolare, alle Nazioni Unite. Era quindi necessario mettere a tacere Padre Gruner e l'apostolato, ma in modo tale da non richiamare alcuna attenzione su problemi fondamentali.

       Il “promotore di giustizia” era stato chiamato a fare più di quanto meramente riguardasse la sua approvazione al Piano. Perché Il Piano stava andando disastrosamente male presso il tribunale dell'opinione pubblica, e i suoi esecutori sapevano certamente che la seconda Lettera Aperta stava già circolando per essere firmata tra il clero di tutto il mondo, con un'imminente pubblicazione a Roma. Dall'inizio del 1994, quando venne emesso il primo ordine di rientro, Agustoni, Sanchez e Sepe avevano contato sul “gioco dell'incardinazione” per imporre uno scacco matto che avrebbe esiliato Padre Gruner ad Avellino o lo avrebbe esposto a sospensione qualora non avesse accettato l'esilio. Ma ora la situazione si era rovesciata drasticamente: negli ultimi sei mesi un numero crescente di fautori dell'apostolato, compresi venti vescovi giustamente adirati, pretendevano di sapere perché, in una Chiesa infestata dallo scandalo e dall'eresia incontrollati, un sacerdote perfettamente integro era stato ostacolato dallo stesso Vaticano nel trovare un vescovo disposto a incardinarlo. Perché, in nome del cielo, stava accadendo questo?

       Gli esecutori del Piano stavano ora affrontando il loro fallimento cercando di dare ragioni concrete per tutte le loro inaudite azioni contro questo sacerdote. Dopo tutto, se Padre Gruner, effettivamente, non aveva agito in alcun modo contro la fede o la morale, un osservatore ragionevole avrebbe potuto meravigliarsi del fatto che i suoi persecutori non l'avessero lasciato in pace e non gli avessero permesso di trovare un altro vescovo, come fanno tutti i sacerdoti che vengono abitualmente trasferiti da una diocesi a un'altra attraverso la Chiesa senza alcuna obiezione da parte del Vaticano, compresi pedofili ed eretici pubblici.

       Il “promotore di giustizia” aveva tentato di risolvere questo fastidioso problema per i suoi superiori: le sue “scoperte” accertavano che Padre Gruner aveva fatto davvero qualcosa di sbagliato che giustificava questo duro trattamento, in quanto egli aveva perpretrato una “frode” ai danni dell'Arcivescovo di Hyderabad per ottenere la sua incardinazione in quella sede. E in cosa consisteva esattamente questa “frode”? Secondo il promotore, nel novembre 1995 Padre Gruner aveva agito in “maniera fraudolenta” con l'Arcivescovo presentandogli il documento del 1978 emesso dal Vescovo di Avellino, che gli dava il permesso di essere incardinato in qualsiasi diocesi lo avesse accettato. E perché era una “frode”? Perché, secondo il promotore, il documento del 1978 “era già destituito di tutto il valore giuridico”.

       Ma l'affermazione di “frode” era ovviamente falsa: in primo luogo, Padre Gruner non aveva presentato all'Arcivescovo di Hyderabad il documento del 1978, anno della sua incardinazione, né vi era alcuna prova che potesse sostenerlo. Il “promotore di giustizia” aveva semplicemente “promosso” a “fatto” un evento inesistente. Per di più, anche se Padre Gruner nel 1995 avesse presentato il documento del 1978 all'Arcivescovo, a quel tempo esso non poteva affatto essere “destituito di tutto il valore giuridico”, in quanto questa opinione non venne espressa dal promotore fino al novembre del 1997, più di due anni dopo. In sostanza, il “promotore di giustizia” aveva accusato Padre Gruner di “frode” perché questi non era riuscito a prevedere il futuro!

       Nel tentativo di dare un senso alle sue assurde accuse, il promotore affermò inoltre che Padre Gruner sapeva che il documento del 1978 era “destituito di tutto il valore giuridico” perché era stato “revocato” quando, il 31 gennaio 1994, l'Arcivescovo di Avellino emise il suo primo ordine di rientro. Ma il primo ordine di rientro neppure menzionava il documento del 1978; perciò, nonostante l'ordine di rientro, in base ai termini originali del documento del 1978, Padre Gruner sarebbe stato libero di trovare un altro vescovo che lo accettasse. Ed egli aveva davvero trovato un altro vescovo nell'Arcivescovo di Hyderabad. Soprattutto, in base al diritto canonico un sacerdote ha il diritto di trasferirsi in un'altra diocesi qualora vi fosse motivo di maggiore interesse. Ed era chiaramente motivo di maggiore interesse per Padre Gruner trasferirsi da una diocesi il cui vescovo gli era palesemente ostile a una diocesi in cui un vescovo ben disposto si era offerto di accettarlo.

       Evidentemente il Vescovo di Avellino aveva compreso tutto questo: quando Padre Gruner lo informò con una lettera (all'inizio del 1996) di aver ottenuto l'incardinazione a Hyderabad e che, perciò, non avrebbe fatto ritorno ad Avellino, il vescovo per diversi mesi non presentò alcuna obiezione all'incardinazione.

       Tentando di spiegare in modo soddisfacente questi fatti, il promotore aveva fatto alcune notevoli considerazioni in merito alle sue “scoperte”: nel marzo del 1996, circa quattro mesi dopo l'incardinazione nell'Arcidiocesi di Hyderabad da parte dell'Arcivescovo Arulappa, il Vescovo di Avellino aveva chiesto un “chiarimento” sullo stato di Padre Gruner al Cardinale Sanchez della Congregazione per il Clero. Questa era davvero una richiesta molto strana, in quanto il Cardinale Sanchez avrebbe, di lì a poco, avuto l'incarico di giudice “imparziale” nell'appello di Padre Gruner contro il secondo ordine di rientro ad Avellino. Era legittimo che Sanchez conferisse in privato proprio con il vescovo contro il cui ordine Padre Gruner si era appellato? Che ne era del mandato di neutralità di un giudice chiamato a presiedere un ricorso in appello?

       Il promotore scoprì anche che Sanchez, in seguito (precisamente il 18 marzo 1996), aveva consegnato una lettera assolutamente incredibile all'Arcivescovo Arulappa, lettera il cui testo non era stato ancora visto da Padre Gruner, ma la cui esistenza veniva ora confermata dal promotore. In questa lettera Sanchez aveva “informato” l'Arcivescovo che l'incardinazione di Padre Gruner a Hyderabad era “tanquam non existens”, inesistente. Secondo il promotore, la lettera di Sanchez riferiva anche come Sanchez stesso avesse “spiegato” al Vescovo di Avellino che quando il vescovo aveva emesso il suo provvedimento il 31 gennaio 1994, richiamando Padre Gruner ad Avellino per la prima volta, egli con quello stesso provvedimento intendeva “revocare” il permesso del 1978 a Padre Gruner di essere incardinato in un'altra diocesi, anche se il provvedimento in realtà non lo diceva! Poiché lo stesso vescovo non aveva dato questa interpretazione al proprio provvedimento, Sanchez aveva “chiarito la situazione” in sua vece. In altre parole, il Vescovo di Avellino era stato istruito segretamente da Sanchez di “intendere”, qualsiasi cosa Sanchez gli avesse ordinato di “intendere”, anche se ciò fosse avvenuto dopo il fatto. Il Piano, dunque, aveva forzato non solo l'autorità del Vescovo di Avellino sulla propria diocesi, ma anche i suoi processi di idee.

       Il “promotore di giustizia”, quindi, aveva fatto giustizia a dispetto di se stesso. La rivelazione della lettera di Sanchez aveva scoperto la seconda “pistola ancora fumante” dell'azione giudiziaria spiegando molte cose: non avendo potuto opporsi per diversi mesi all'incardinazione di Padre Gruner a Hyderabad, il Vescovo di Avellino aveva improvvisamente emesso il suo provvedimento il 16 maggio 1996, dichiarando che l'incardinazione di Padre Gruner a Hyderabad era “tamquam non existens”, esattamente le stesse parole che apparivano nella lettera di Sanchez all'Arcivescovo di Hyderabad. Circa cinque mesi dopo la scoperta della sua esistenza da parte del promotore, nell'aprile del 1998, Padre Gruner ricevette infine dall'Arcivescovo Arulappa una copia della lettera di Sanchez. Soltanto allora Padre Gruner si sarebbe accorto che non era stata copiata soltanto la frase rivelatrice “tamquam non existens”, ma bensì un intero paragrafo della lettera di Sanchez era stato preso e posto interamente nel provvedimento del Vescovo di Avellino del 16 maggio 1996, contenente il secondo ordine di rientro ad Avellino. Le parole del provvedimento del Vescovo gli erano state letteralmente dettate da Sanchez.

       Perciò, un giudice dell'appello, Cardinale Sanchez, aveva detto a una persona coinvolta, il Vescovo di Avellino, esattamente come decidere in merito al caso anche prima che l'appello di Padre Gruner contro quella decisione fosse giunto dinanzi a Sanchez. L'intero processo d'appello presso la Congregazione per il Clero era stata una frode.

       È già stato provato come fosse stato il Cardinale Agustoni ad avviare segretamente il primo ordine di rientro ad Avellino, fingendo che fosse un'idea spontanea del vescovo, quando l'appello di Padre Gruner contro quell'ordine giunse dinanzi ad Agustoni nella Segnatura. Era già stato stabilito al di là di ogni dubbio che era stato il Cardinale Sanchez ad avviare il secondo ordine di rientro, fornendone persino le precise parole mentre fingeva di riesaminare “l'intervento del vescovo” (come lo chiamava Sanchez) quando il secondo ricorso di Padre Gruner gli pervenì presso la Congregazione per il Clero, per essere poi inoltrato alla Segnatura.

       Per due volte durante lo stesso caso, quindi, i giudici dei tribunali vaticani avevano avviato l'oltraggiosa farsa di “riesaminare” la correttezza di un ordine emesso in base alle segrete istruzioni che essi stessi avevano impartito al Vescovo di Avellino. E ora il “promotore di giustizia” difendeva quella farsa come se fosse perfettamente corretta e giusta.

       Il “promotore di giustizia” terminava le sue “scoperte” con la stupefacente conclusione che “il Vescovo di Avellino agiva secondo la legge minacciando la sospensione” nel secondo ordine di rientro. Eppure non una volta, nelle quattordici pagine di “scoperte”, il “promotore di giustizia” accennava alla lampante verità: ogni singola azione del Vescovo di Avellino, dall'inizio alla fine del caso, era stata orchestrata “dall'alto” dal Cardinale Agustoni, dal Cardinale Sanchez e dall'Arcivescovo Sepe. Le “scoperte” del “promotore di giustizia” non erano nulla più di un documento costruito per dissimulare ciò che stava accadendo realmente sotto la superficie.

       Poiché il nuovo avvocato non era riuscito a presentare alcuna risposta al “promotore di giustizia”, per l'Arcivescovo Grocholewski era stato molto facile rifiutare il ricorso di Padre Gruner contro il secondo ordine di rientro, basato sui “fatti” determinati dal promotore — ai quali fatti, osservava Grocholewski in modo asciutto, “l'avvocato (cioè il nuovo avvocato) del ricorrente (Padre Gruner) non dava risposta”. Quando il nuovo avvocato si confrontò con questa sconfitta, reagì in una maniera che ora sembra piuttosto tipica dei rappresentanti legali nei tribunali romani della Chiesa: spedì una lettera che dichiarava come egli intendesse rinunciare a rappresentare Padre Gruner, a meno che Padre Gruner non si fosse dichiarato completamente soddisfatto delle sue “prestazioni”, acconsentendo a non porre in discussione la legittimità di qualsiasi ulteriore azione giudiziaria della Segnatura, non importa con quale risultato, e a pagargli immediatamente 5.000 $ come compenso supplementare.

       In pochi giorni Padre Gruner volava a Roma e si assicurava le prestazioni di un altro canonista: Alan Kershaw, un americano che viveva in Italia, e l'unico americano ad esercitare abitualmente la propria professione presso i tribunali vaticani. Kershaw rivelò un'acuta intelligenza centrando immediatamente il nocciolo del problema: vi era stato un grave abuso di potere celato a un esame effettivo per mezzo di una serie di decisioni perentorie — emesse proprio da coloro che perpetravano l'abuso — in base alle quali i ricorsi di Padre Gruner erano “manifestamente privi di fondamento” (manifeste quolibet caret fundamentum). Il caso di Padre Gruner era stato dichiarato privo di fondamento ancor prima che le sue richieste venissero ascoltate.

       Oltre all'intelligenza e all'evidente volontà di battersi per il suo cliente, invece di cambiare le carte e chiudere gli occhi, Kershaw aveva il merito di essere americano. In quanto tale, non era stato permeato, né conquistato, dalla rete della “vecchia guardia” di avvocati romani della Segnatura ossequiosamente deferenti, uomini che sembravano pensare che la loro funzione fosse quella di fornire un forbito servizio di sepoltura canonica ai loro clienti, in un latino doverosamente solenne, per il quale essi si aspettavano un compenso molto elevato.

       Kershaw aveva notato qualcos'altro nel caso, uno di quei fatti così ovvi da essere facilmente trascurati: l'ordine di rientro ad Avellino era un'evidente violazione della legge italiana sull'immigrazione. Poiché Padre Gruner non era mai stato cittadino italiano, né aveva risieduto in modo permanente in quel paese, il Vescovo di Avellino non aveva alcun diritto legale di ordinargli di prendere la residenza permanente in Italia! In effetti, Kershaw aveva dimestichezza con casi di sacerdoti e suore non italiani che erano stati espulsi dall'Italia esattamente per aver tentato di prendere la residenza permanente senza avere un permesso di soggiorno adeguato. Padre Gruner poteva letteralmente venire arrestato all'aereoporto e rimandato in Canada, se avesse cercato di “obbedire” all'ordine di rientro. Quindi il Piano non era solo una violazione del diritto canonico, ma anche della legge civile italiana, particolare che gli esecutori del Piano non si erano mai preoccupati di considerare. Ma Kershaw stava per portarlo alla loro attenzione.

       A solo pochi giorni dalla scadenza dell'ultimo appello, Kershaw e il suo socio, Andrea Fuligni, acconsentirono di accettare il caso durante un incontro di emergenza presso l'Hotel Michelangelo, a pochi passi dalle mura vaticane. La strategia di Kershaw era semplice: se si fosse potuto scavalcare Grocholewski per porre la questione di fronte ai giudici della Segnatura per un'udienza completa, c'era una possibilità che sarebbe stata ottenuta giustizia. Forse uno o più giudici sarebbero rimasti disgustati di come si era proceduto fino ad allora, e avrebbero potuto influenzare gli altri giudici. O forse il Papa sarebbe intervenuto sul processo canonico tuttora in corso, gli atti del quale aveva ricevuto durante la terza conferenza di Fatima a Roma, presumendo che gli sarebbe stato concesso di leggerlo.

       Per avere una probabilità di successo, Kershaw sapeva che avrebbe dovuto rischiare di mettere in imbarazzo la Segnatura rivelando le quasi incredibili prevaricazioni dei suoi funzionari — cosa che Kershaw, a differenza dei precedenti “avvocati”, non temeva di fare. Egli si stava muovendo velocemente per depositare le difese scritte delle parti in causa.

       Il 28 marzo 1998, Kershaw avrebbe sottoposto il suo ricorso alla Plenaria, il termine latino per indicare corte plenaria dei giudici presso la Segnatura. In sintesi, egli chiedeva a tutti i giudici di esaminare loro stessi per la prima volta i procedimenti del caso, invece di affidarsi al “parere” di Grocholewski e del Cardinale Agustoni, ora ricusato. A questo documento avrebbe fatto seguito una petizione per la restitutionem in integrum — una richiesta straordinaria per revocare tutti i precedenti provvedimenti riguardo al caso in ragione delle prove appena scoperte. Queste prove consistevano nel reale testo della lettera del Cardinale Sanchez all'Arcivescovo di Hyderabad, che Padre Gruner aveva appena ricevuto dall'Arcivescovo. Questa nuova prova dimostrava (seppure fosse rimasto qualche dubbio), che l'intero processo canonico era stato una tale mistificazione da ridurre l'Arcivescovo di Avellino a un fantoccio impotente i cui ordini erano il vuoto prodotto di una coercizione dall'alto, piuttosto che il risultato delle sue decisioni in merito alla questione.

       L'appello alla Plenaria comportava una dichiarazione da parte di Padre Gruner che poneva due semplici domande a cui egli sperava che il tribunale avrebbe infine risposto.

       Il massimo Tribunale della Chiesa Cattolica tollererà un procedimento in cui si permette ai giudici di agire segretamente come parti avverse proprio contro il sacerdote che stanno giudicando, impedendogli di eseguire proprio l'ordine al quale essi lo accusano di disobbedire, mentre un simbolico promotore di giustizia finge di non vedere ciò che essi stanno facendo?

       Questo tribunale permetterà di chiarire in modo definitivo i fatti e la legge che sono in parte derivati dal fallimento di due suoi celebrati avvocati nell'adempimento del loro più essenziale dovere?

§

       Cinque giorni dopo che Kershaw ebbe interposto l'appello alla Segnatura, sul Messaggero, il principale quotidiano romano, apparve la Seconda Lettera Aperta al Papa. Il primo dei venti vescovi la cui firma compariva in sostegno di Padre Gruner, era Saminini Arulappa, Arcivescovo di Hyderabad. Due mesi più tardi l'Arcivescovo avrebbe scritto a Padre Gruner impiegando parole di elogio per l'aiuto recato alla costruzione dell'orfanatrofio che l'apostolato stava sovvenzionando. Non sembrava che l'Arcivescovo si sentisse “frodato” da Padre Gruner, come il “promotore di giustizia” aveva affermato in maniera capziosa nelle sue “scoperte dei fatti”. Si può immaginare il rossore comparso sul volto del promotore quando vide la firma dell'Arcivescovo sul Messaggero, o i 2.000 cartelloni della Lettera Aperta affissi intorno al Vaticano: ogni cartellone, infatti, smentiva la sua accusa male imbastita. Cosa avrebbero fatto i giudici della Segnatura? Solo il tempo poteva dirlo.

       La Lettera Aperta esprimeva con fermezza e rispetto la supplica rivolta dai firmatari al loro Papa per ottenere, finalmente, imparzialità per il caso di Padre Gruner:

       Sua Santità, Padre Gruner ha dato voce alle preoccupazioni di molti tra questi fedeli cattolici, compresi noi tutti. Possiamo essere ascoltati su una questione che riguarda il bene della Chiesa e la salvezza delle anime? O davvero le voci di dissenso in continua crescita dovranno essere tollerate, mentre Padre Gruner viene inesorabilmente perseguitato, esiliato e la sua predicazione del Messaggio di Fatima viene messa a tacere?

       Il riferimento dei firmatari all'ingiusta doppia regola di giustizia della Chiesa postconciliare è stato confermato con mirabile tempestività persino dal Cardinale Angelo Sodano, il Segretario di Stato vaticano. Solamente una settimana prima che la Lettera Aperta venisse pubblicata, Sodano aveva rilasciato una dichiarazione fortemente pubblicizzata in cui apprezzava gli scritti di Hans Kung, il più noto “teologo” dissidente di questo secolo. La dichiarazione è stata rilasciata presso il Laterano, cattedrale ufficiale della Città di Roma e luogo di immensa importanza nella storia cattolica. Questa scelta è stata chiaramente non casuale.

       Kung ha messo in dubbio tutta la dottrina cattolica, dalla divinità di Cristo alla Presenza Reale, e ha richiesto il sacerdozio delle donne e l'approvazione ecclesiastica per il divorzio e la contraccezione. Eppure Kung è tuttora un sacerdote di buona reputazione, anche se, oltre alle sue pubbliche eresie, ha condannato Giovanni Paolo II per “la sua amministrazione rigida, stagnante e dispotica nello spirito dell'Inquisizione”.3 Mentre il Papa, per mezzo del Cardinale Ratzinger, nel 1979 aveva dichiarato che Kung non poteva più dirsi un teologo cattolico, nella sua dichiarazione Sodano lo ha descritto intenzionalmente come “il teologo svizzero” che aveva scritto “belle pagine dedicate al mistero cristiano”. È stato come se Sodano considerasse il Papa già morto e sepolto e, con la sua vistosa presenza in Laterano, stesse manovrando per avere accesso al trono pontificio. Ciò è stato davvero, come la stampa avrebbe “rilevato”, l'impudente tributo pubblico di Sodano al nemico dichiarato del Papa:

IL BRACCIO DESTRO DEL PAPA
TENTA LA SCALATA AL TRONO

Notizie dagli esteri del London Times

       Ieri il braccio destro del Papa ha tentato di emergere dall'ombra del sofferente pontefice e di proporsi come suo potenziale successore, dichiarando che, in vista del nuovo millennio, la Chiesa Cattolica Romana ha necessità di una riforma urgente e costante sotto un papato forte. Il Cardinale Angelo Sodano, Segretario di Stato vaticano, ha stupito gli osservatori vaticani con parole di elogio per Hans Kung, il teologo svizzero che è il più fiero critico liberale del Papa ... le opinioni di Kung suonano come anatema per il Papa ...4

       Un sacerdote svizzero rinnegato, che nega i dogmi della Fede e condanna il Papa come despota, non solo ha mantenuto la sua buona reputazione di sacerdote, ma ha ricevuto pubblicamente copiosi elogi dal Segretario di Stato vaticano. Invece a un sacerdote canadese rigidamente cattolico, devoto alla Beata Vergine Maria, è stato ordinato un esilio permanente pena la minaccia di sospensione dal sacerdozio. Sodano ha pienamente confermato tutte le affermazioni contenute nella Lettera Aperta sullo stato attuale della Chiesa.

       Questa seconda Lettera Aperta ha sollevato da parte della stampa italiana un interesse di gran lunga maggiore rispetto alla prima, anche perché è stata sottoscritta da venti vescovi. Ma il suo scopo, come quello della Lettera precedente, non era né la pubblicità di per sé, né uno scambio pubblico con il Vaticano. Lo scopo era trasmettere un messaggio urgente al Papa nell'unica tribuna lasciata aperta all'apostolato e ai suoi sostenitori. Forse, questa volta, il messaggio darà dei frutti. Forse, per una volta, un gruppo di fedeli rigidamente cattolici saranno in grado di ottenere riparazione attraverso lo stesso genere di petizione pubblica che i liberali hanno impiegato in modo tanto efficace, fin dal Concilio, per esercitare pressioni sul Vaticano a favore di qualsiasi cosa, dalla comunione in mano alla presenza di ragazze presso l'altare, mentre il Vaticano è stato disposto a cedere in qualsiasi momento.

       Solo pochi mesi prima della seconda Lettera Aperta apparsa sul Messaggero, le proteste pubbliche da parte dei liberali della diocesi di Chur, in Svizzera, sono sfociate nell'ordine da parte del Vaticano di trasferirne il vescovo conservatore, la cui “offesa” principale era stata liberare la diocesi della sua pletora di donne “ministri del culto” e di “predicatori” laici.5 E soltanto due mesi dopo la pubblicazione della Lettera Aperta, il leader del movimento austriaco “Noi siamo la Chiesa” sarebbe stato invitato a sedere nella sezione V.I.P. della Messa papale all'aperto, proprio vicino allo stesso Papa. Il dissidente avrebbe impudentemente rifiutato l'offerta perché il Papa non aveva ancora acconsentito a cambiare gli insegnamenti della Chiesa secondo le sue richieste. Eppure il Cardinale austriaco Schoenborn aveva esteso l'invito considerandolo parte del suo sforzo di “portare la pace nella Chiesa austriaca impegnandosi nel dialogo con i dissidenti cattolici”.6

       Nella guerra contro Padre Nicholas Gruner e l'apostolato non vi sono state aperture alla pace, né una qualsiasi offerta di “dialogo”. La doppia regola denunciata nella Lettera Aperta è tuttora in vigore. Per questo è evidente che ciò che Padre Gruner e l'apostolato stavano promuovendo, per alcuni membri dell'apparato vaticano era di gran lunga di maggiore disturbo dell'eresia e dell'apostasia attecchite in tutta la Chiesa. Ciò che Padre Gruner e l'apostolato stavano promuovendo era un insegnamento che non poteva assolutamente esistere nella “civiltà dell'amore”; l'insegnamento che a Fatima Nostra Signora ha dato ai tre contadinelli in piedi davanti a un leccio:

       “Voi avete visto l'inferno, dove vanno le anime dei poveri peccatori. Per salvarle, Dio desidera stabilire nel mondo la devozione al Mio Cuore Immacolato ... Infine, il Mio Cuore Immacolato trionferà. Il Santo Padre Mi consacrerà la Russia, che verrà convertita, e verrà garantito al mondo un periodo di pace ...”

       Nella “civiltà dell'amore” non poteva più esservi posto per alcun discorso sui poveri peccatori che vanno all'inferno o sulle anime salvate dall'inferno per intercessione della Vergine Maria, o sulla conversione delle nazioni, o sul trionfo del Cuore Immacolato in tutto il mondo. Nulla di tutto ciò trovava posto nelle negoziazioni e nelle infinite concessioni da parte dei diplomatici vaticani a uomini che rifiutano l'unica vera religione, un processo cominciato con l'Ostpolitik e che ora prosegue con l'emergere del Nuovo Ordine Mondiale.

       Tre mesi dopo il pubblico elogio di Hans Kung, il Cardinale Sodano avrebbe avuto un incontro privato in Vaticano con Koffi Annan, Segretario Generale dell'O.N.U.7 Argomento della loro discussione era la creazione di un Tribunale Criminale Internazionale (ICC) sotto gli auspici delle Nazioni Unite. L'ICC era destinato ad avere il potere di incriminare i cittadini di qualsiasi nazione per vari “crimini contro l'umanità”. È cosa certa che l'elenco dei “crimini contro l'umanità” non avrebbe mai incluso l'olocausto dell'aborto, che l'O.N.U. sovvenziona in tutto il mondo.

       È piuttosto curioso che la conferenza dell'ICC si sia tenuta a Roma. L'apparato di Sodano ha già dato il suo entusiastico sostegno a questa ultima espansione dell'autorità dell'O.N.U.: l'Arcivescovo Martino, osservatore vaticano permanente presso le Nazioni Unite, ha dichiarato sull'Osservatore Romano che “la creazione di un Tribunale Criminale Internazionale è un'iniziativa molto importante che riguarderà i diritti e la vita di nazioni e comunità ... Possa Dio Onnipotente benedire i nostri sforzi affinché le generazioni future guardino a questo Tribunale come a un contributo sostanziale al rispetto per la legge e per i diritti di tutti gli uomini e tutte le donne del mondo ...”8 Il 12 luglio 1998, il trattato sull'ICC venne approvato dalla schiacciante maggioranza delle nazioni rappresentate alla conferenza, compresa la Città del Vaticano. Gli Stati Uniti, comunque, hanno rifiutato il trattato come minaccia alla sovranità nazionale. Il Vaticano ha salutato il mostro che aveva contribuito a creare, come “uno storico passo” che avrebbe dato “maggiore protezione ed estensione più ampia ai diritti umani.”9 Era lungi dall'essere chiaro come i “diritti umani” avrebbero potuto essere protetti ed ampliati dalla versione internazionale degli stessi tribunali di senzadio che avevano già “legalizzato” il genocidio dei non nati in ogni nazione. Né era chiaro perché l'O.N.U., che stava promuovendo quel genocidio in tutto il mondo, avrebbe dovuto considerare il Vaticano come un guardiano attendibile dei diritti umani.

       I sostenitori del femminismo dell'ICC hanno chiesto che qualsiasi sforzo per limitare l'aborto venisse perseguitato dal nuovo tribunale superiore come una forma di “gravidanza imposta”. Il Vaticano, comunque, è stato lieto di annunciare che, dopo intense trattative, il termine “gravidanza imposta” sarebbe stato limitato allo stupro. Almeno per ora.10 È a “vittorie” diplomatiche come questa che il Vaticano oggi si dedica: la potatura di un rametto o due dal nocivo albero del Nuovo Ordine Mondiale. Più di milleduecento anni fa, San Bonifacio raccolse un'ascia e colpì l'“Albero di Thor” più e più volte. Quando il totem di quercia cadde a terra ebbe inizio la conversione della Germania. Oggi i rappresentanti vaticani si arrampicano tra i rami di un albero nocivo enormemente più vasto, cercando rametti da eliminare. Non sembra venire loro in mente che l'albero stesso deve essere abbattuto in nome di Cristo Re. Il Regno di Cristo, celebrato da ogni colpo d'ascia brandito da San Bonifacio è stato sostituito dai timidi colpi di forbici da giardinaggio del Vaticano.

       Sembrava di nuovo che i rappresentanti vaticani trascurassero questioni che erano state ovvie per gli ecclesiastici preconciliari: se i sistemi giuridici delle varie nazioni avevano già creato ciò che Giovanni Paolo II condanna come “cultura di morte”, compresi l'aborto e l'eutanasia, quali progressi poteva fare la causa dei “diritti umani” con la costituzione di un tribunale superiore internazionale formato dagli stessi giudici senza Dio?

       Quando questa corte superiore, inevitabilmente, ha allargato la sua giurisdizione fino ad aggiungere cose quali “crimini d'odio” contro gli omosessuali o l'attività a favore della vita all'elenco dei “crimini contro l'umanità”, il Vaticano come avrebbe protetto i diritti dei cattolici che fossero stati ingiustamente accusati di questi “crimini” di nuovo conio? I burocrati vaticani sarebbero stati in grado di impedire l'arresto dei cattolici nelle loro case e la deportazione per un processo all'Aja o in qualunque altro luogo avesse ordinato il tribunale superiore?

       In America, per esempio, coloro che protestano a favore della vita vengono accusati di “associazione a delinquere” nei processi federali intentati dagli abortisti che, per vivere, uccidono i bambini. In tali casi, quali garanzie offre il Vaticano affinché tali processi non giungano nei nuovi tribunali superiori? Quale protezione sarebbe in grado di dare il Vaticano ai cattolici accusati? Sarebbe possibile fare assegnamento sul Vaticano anche solo per emettere una dichiarazione che deplori l'ingiusta persecuzione proprio da parte di quel tribunale che il Vaticano ha contribuito a creare?

       E cosa ne è del costante insegnamento della Chiesa sul principio cattolico di “sussidiarietà” in encicliche quali Quadragesimo Anno di Pio IX? La sussidiarietà richiede che le funzioni governative vengano portate al livello più basso possibile, non al più alto, al fine di decentrare il potere, prevenire l'ingiustizia e assicurare il diritto all'appello. Cosa aveva pervaso il Vaticano per fargli abbandonare questo principio e sostenere un tribunale internazionale senza Dio contro il quale non ci sarebbe possibilità di appello?

       Il sostegno vaticano all'ICC è ancora un altro sintomo della Grande Amnesia documentata in maniera così esauriente nelle pubblicazioni dell'apostolato. Certamente non è stata una coincidenza che lo stesso Segretariato di Stato vaticano, che aveva aiutato la nascita dell'ICC, fosse anche la fonte dei “segnali preoccupanti” ricevuti dal Vescovo di Avellino nel 1989, quando il Piano per neutralizzare Padre Gruner e il suo apostolato era stato messo in atto dal Cardinale Agustoni. Segretario di Stato Vaticano, a quel tempo, era il Cardinale Casaroli, il grande stratega dell'Ostpolitik, ma, nel 1991 egli affidò le redini al Cardinale Sodano. Casaroli non visse abbastanza per vedere l'ultimo trionfo della diplomazia vaticana: un mese prima che venisse approvato il trattato dell'ICC, Casaroli moriva per inaspettate complicazioni in seguito a un banale intervento chirurgico.11 In questa occasione, un caloroso necrologio sul New York Times osservava con approvazione che “nel 1984 Casaroli firmò un concordato in base al quale il Cattolicesimo Romano cessò di essere la religione di stato in Italia.12

       Anche in Italia, la Regalità Sociale di Cristo non era più accettabile per la burocrazia vaticana. Né, ovviamente, lo era il trionfo del Cuore Immacolato, profetizzato a Fatima. Né poteva esservi benevolenza allo stato attuale delle cose verso qualsiasi sacerdote o apostolato la cui opera rappresentasse un costante memento che la Chiesa di Nostra Signora di Fatima non era la Chiesa della “civiltà dell'amore”.

§

       Nel momento in cui l'ICC divenne realtà, Padre Gruner fece ritorno in Canada. La strategia canonica per il suo ultimo appello era stata decisa, i documenti messi agli atti, la seconda Lettera Aperta pubblicata. Ancora una volta, poteva soltanto pregare e aspettare.

       A Piazza della Cancelleria, nei loro uffici affacciati sul cortile del Palazzo Apostolico, gli esecutori del Piano meditavano la mossa successiva. Essi sedevano, come sempre, nel loro metaforico Tribunale degli Specchi — specchi di fronte ad altri specchi, in un'infinita regressione di immagini. E negli specchi si potevano osservare i volti dei testimoni dell'accusa, delle parti avverse, dei giudici, della giuria e dei carnefici del caso di Padre Nicholas Gruner. Ma tutti i volti erano sempre i loro volti. Gli esecutori del Piano guardavano solamente se stessi.

       I prossimi giorni, o mesi diranno se la porta di questo Tribunale degli Specchi potrebbe essere aperta, affinché la verità sul caso di Padre Gruner possa infine uscire alla luce del giorno fuori dagli uffici dei giudici in cui è stata imprigionata così lungo tempo. Ma per ora c'è solo da pregare e aspettare.

       In Canada, il sole tramontava dietro gli argini del Niagara mentre Padre Gruner recitava l'Ufficio Divino in latino, adempiendo ai doveri dello stato cui Dio lo aveva chiamato più di vent'anni prima. Coloro che si sono opposti all'opera di Padre Gruner per così lungo tempo sanno che la grazia del suo sacerdozio lo sostiene. Mentre il sole tramontato sul Niagara sorgeva a Roma, la battaglia per il sacerdozio di Padre Gruner sarebbe proseguita.


Note:

1. Dichiarazione universale dei diritti umani (1948), Articolo 7.

2.Tra centinaia di possibili esempi: la Diocesi di Stockton, in California, è stata recentemente condannata al versamento di un risarcimento di 23 milioni di dollari per aver protetto un prete pedofilo, trasferendolo di parrocchia in parrocchia in seguito alle lamentele delle vittime e dei loro genitori. La giuria deliberò la condanna dopo aver ascoltato l'elusiva testimonianza del Cardinale Roger Mahony, che non fu in grado di spiegare perché, quando era Vescovo di Stockton, aveva approvato i continui reincarichi affidati a un noto pedofilo. La Diocesi di Dallas, in Texas, è stata condannata al pagamento di 123 milioni di dollari, in circostanze quasi identiche.

3. Richard Owen, London Times Foreign News Service, 26 marzo 1998.

4. Ibid.

5. Rapporto del Reuters News Service, 21 dicembre 1997.

6. New York Times, 22 giugno 1998, p. A-11.

7. “U.N. Chief Seeks Help for International Court” [Un dirigente dell’ONU cerca aiuto per la Corte internazionale], rapporto della EWTN, 16 giugno 1998.

8. L’Osservatore Romano, 17 giugno 1998.

9. “Vatican Greets International Court” [Il Vaticano riceve la Corte internazionale], Aggiornamento Vaticano della EWTN, 20 luglio 1998.

10. Ibid.

11. New York Times, 10 giugno 1998, p. B10.

12. Ibid.

 
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